Il divario tra le 100.000 tonnellate annue del progetto e i 38 miliardi di emissioni globali
A maggio 2026, la California Resource Corporation ha iniettato anidride carbonica nel proprio giacimento di Elk Hills, segnando l’avvio del progetto CCS contestato dagli ambientalisti. L’operazione, tecnicamente banale — comprimere CO2 a 1.000 psi e spingerla in una formazione sabbiosa —, si scontra subito con la matematica del clima: l’impianto gestirà fino a 100.000 tonnellate l’anno, una frazione minima rispetto alle emissioni globali del 2024 che hanno sfiorato 38 miliardi di tonnellate.
L’aritmetica impietosa: centomila tonnellate non bastano
Il divario tra promessa e realtà ha una cifra precisa: 380 milioni. Sono le tonnellate di CO2 complessivamente stoccate nel sottosuolo dagli anni ’90, secondo il bilancio storico dello stoccaggio geologico. In oltre trent’anni, la capacità dimostrata equivale a meno di quattro giorni di emissioni globali attuali. L’inclusione dello stoccaggio nei modelli IPCC rimane però un caposaldo: tutti gli scenari che contengono il riscaldamento sotto i 2 °C entro il 2100 contano su tecnologie di rimozione e confinamento del carbonio. Il messaggio è scomodo: servono decine di gigatonnellate annue, ma oggi siamo fermi a un milionesimo del traguardo.
Un secolo di buchi: il rischio fuga è reale
Il sito californiano insiste su un giacimento centenario, perforato da migliaia di pozzi storici, molti dei quali mai mappati con precisione. Ogni foro è una potenziale via di fuga per la CO2 — un gas acido che, in presenza di falde, può acidificare le acque e mobilitare metalli pesanti. Per questo gli ambientalisti locali spingono per una valutazione d’impatto obbligatoria, ricordando che lo stesso progetto pilota californiano è il primo del suo genere nello Stato e non offre rassicurazioni sulle perdite a lungo termine.
Il territorio conteso: quando la decarbonizzazione mangia suolo
Il conflitto californiano ha un parallelo italiano che chiama in causa le rinnovabili. Nella risposta delle associazioni ambientaliste, Legambiente, Greenpeace e Wwf Italia hanno chiesto che Stato e Regioni individuino aree compatibili con paesaggio e agricoltura, fuggendo la logica del consumo di suolo. La loro valutazione impatto progetti non è un no pregiudiziale: dicono di fermare solo gli impianti dall’impatto intollerabile, ma con rigore analitico. La tensione esplode nella lettera aperta ambientalisti: “Abbiamo combattuto per anni contro il consumo di territorio e oggi sacrifichiamo decine di migliaia di ettari a progetti che danno un contributo infinitesimale ed aleatorio alla soluzione della crisi energetica”. La frase calza a pennello alla cattura del carbonio, dove l’etfaro rubato a foreste o aree agricole si traduce in poche migliaia di tonnellate di CO2 spostate sottoterra.
L’IPCC, intanto, prova a fare ordine nella contabilità. È aperta la revisione della bozza AR7 per il contributo del Working Group I, con una finestra di commento dal 10 agosto al 2 ottobre 2026 e registrazione entro il 25 settembre. Il ciclo di valutazione AR7, avviato a luglio 2023, culminerà nel rapporto di sintesi AR7 atteso per fine 2029. Già nel 2025 i governi membri avevano concordato i contenuti del rapporto metodologico 2027 su cattura e stoccaggio: un tentativo di dare regole comuni a tecnologie che oggi oscillano tra il pilota industriale e l’esercizio di fiducia.
Per chi installa o gestisce, il trade-off è concreto: la cattura del carbonio resta un’opzione ad alta intensità di capitale e bassissimo rendimento volumetrico, con un footprint territoriale che innesca conflitti simili a quelli delle rinnovabili, ma senza la stessa resa energetica misurabile in kW e kWh.
Finché i numeri non cresceranno di quattro ordini di grandezza, lo stoccaggio geologico sarà una nota a margine, non una soluzione climatica.




