Il raccolto di mais è più che raddoppiato rispetto al minimo del 2024, grazie a piogge favorevoli
Solo due anni fa, in alcune comunità rurali dello Zambia, le persone erano troppo affamate per andare in chiesa. Oggi il Paese registra un’eccedenza di mais, ha riaperto i confini all’export e i prezzi del cereale sono inferiori di un quarto rispetto alla primavera del 2025. Un’inversione tanto brusca quanto fragile, che in un arco di tempo brevissimo ha ridisegnato la mappa della sicurezza alimentare nazionale. Secondo i dati pubblicati dal Sistema di informazione e allerta precoce (GIEWS) della FAO, il numero di persone in insicurezza alimentare acuta, classificate in Fase 3 (Crisi) o superiore della classificazione IPC, è passato da 5,6 milioni della stagione 2024/25 a 1,7 milioni tra ottobre 2025 e marzo 2026 — un calo di quasi quattro milioni di individui nel giro di una sola annata agricola, come certificato dall’analisi IPC pubblicata lo scorso ottobre.
Dalla carestia ai silos pieni: un Paese a due velocità
Per capire la portata del rimbalzo bisogna tornare indietro di due stagioni, al 2024. Quell’anno, lo Zambia fu colpito dalla peggiore siccità in oltre quarant’anni, con le precipitazioni più basse dal 1981. Le conseguenze furono drammatiche: il raccolto di mais si fermò a 1,76 milioni di tonnellate, il 34 per cento al di sotto della media e il 25 per cento in meno del fabbisogno nazionale, come stimò allora la FAO. In un Paese dove il mais è la spina dorsale dell’alimentazione quotidiana, il collasso della produzione si tradusse in un’emergenza sociale capillare. Fonti locali raccolte da Yale Environment 360 descrissero una comunità che «ha perso la generosità» e dove «le persone sono così affamate da rubare il cibo». Un agricoltore di nome Chongani raccontò di non aver mai visto nulla di simile.
Avanziamo di appena diciotto mesi e il quadro appare capovolto. La stagione estiva 2025/26 ha restituito un raccolto record di 3,7 milioni di tonnellate di mais, più del doppio rispetto al minimo toccato nel 2024. I magazzini si sono riempiti, la pressione sulla domanda interna si è allentata e lo Zambia è tornato ad essere esportatore netto del cereale. È un salto che pochi analisti avrebbero pronosticato mentre il Paese era ancora alle prese con gli effetti più acuti del Niño. Eppure la cronaca degli ultimi due anni dimostra quanto i mercati agricoli dell’Africa australe possano oscillare in un batter d’occhio tra la penuria e l’abbondanza, sospesi come sono tra piogge irregolari e sistemi produttivi ancora esposti a shock climatici ricorrenti.
Pioggia, record e mercato: gli ingranaggi della ripresa
La chiave del capovolgimento sta innanzitutto nel meteo. Dopo la siccità che aveva incenerito i campi, le precipitazioni della stagione 2025/26 sono tornate su livelli favorevoli, consentendo un’espansione delle semine e una resa per ettaro nettamente superiore. Il risultato è stato un raccolto che non solo ha coperto il consumo domestico ma ha generato un surplus commerciale. Ad agosto 2025, constatata l’entità delle scorte, il governo ha revocato il divieto di esportazione e ha lanciato un programma di esportazione di mais e farina di mais, rivolgendosi ai mercati della regione che ancora scontavano deficit produttivi.
L’effetto sui prezzi è stato immediato. A marzo 2026, il prezzo del mais sui mercati zambiani era inferiore del 25 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, un calo spiegato dalla FAO con l’abbondanza dell’offerta interna e con l’apprezzamento della valuta nazionale, che ha contribuito a contenere l’inflazione importata. Per i consumatori urbani e per le famiglie che dipendono dal mercato per l’approvvigionamento alimentare si tratta di un sollievo tangibile dopo mesi di rincari forzati. Ma il dato aggregato convive con una geografia ancora disomogenea: il calo dei prezzi non si è trasmesso con la stessa intensità nelle province più isolate, dove i costi di trasporto e le reti distributive fragili mantengono il mais al dettaglio più caro che nella capitale Lusaka.
Sul fronte della sicurezza alimentare, il miglioramento è comunque vistoso. I 1,7 milioni di persone in Fase 3 o superiore tra ottobre 2025 e marzo 2026 rappresentano sì una platea ancora ampia — il 17 per cento della popolazione analizzata — ma segnano una riduzione radicale rispetto ai 4,95 milioni rilevati tra aprile e settembre 2024, quando sfioravano il 29 per cento. La FAO prevede che la produzione cerealicola del 2026, il cui raccolto principale è atteso a partire da maggio, si collochi al di sopra della media quinquennale per il secondo anno consecutivo. Se confermata, sarebbe la prima volta dal biennio 2020/21 che lo Zambia riesce a inanellare due annate sopra la norma, un segnale che potrebbe indicare un certo recupero di resilienza del settore, almeno sul piano agronomico.
Il paradosso dell’export: l’abbondanza non è sicurezza
Con i magazzini pieni e i prezzi in calo, lo Zambia si affaccia oggi sui mercati esteri come fornitore regionale di mais, una posizione che fino a un anno fa appariva inimmaginabile. Eppure la fotografia attuale nasconde ancora sacche di fragilità profonda. Restano 1,7 milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta, concentrate in larga parte nelle aree rurali dove la produzione per autoconsumo non ha beneficiato in egual misura delle piogge favorevoli o dove le scorte familiari si sono esaurite prima del nuovo raccolto. La traiettoria dell’export, di per sé, non protegge queste fasce di popolazione se non è accompagnata da reti di protezione sociale e da un mercato interno che funzioni davvero per tutti.
La domanda che resta aperta, e che condizionerà qualsiasi valutazione sulla solidità di questo rimbalzo, è se l’annata agricola 2026/27 saprà confermare il trend o se riporterà il Paese in emergenza. Il mais è una coltura pluviale in quasi tutta la regione: basta una stagione di piogge scarse o mal distribuite per vanificare le eccedenze faticosamente accumulate. E i modelli climatici a lungo termine, pur con tutte le cautele del caso, indicano per l’Africa australe una probabilità crescente di eventi estremi alternati, proprio come quelli che hanno scandito il 2024 e il 2025. La volatilità che i mercati agricoli zambiani hanno mostrato in questi due anni potrebbe non essere un’eccezione, ma la nuova normalità da governare.
La vera cartina di tornasole sarà la produzione 2026/27, da incrociare con le prime proiezioni meteo della prossima stagione delle piogge: un dato da monitorare mese per mese per capire se il rimbalzo dello Zambia ha radici strutturali oppure è soltanto una tregua, generosa ma provvisoria, concessa dal cielo.




