La produzione totale cresce ma le carpe pregiate calano del 95% in vent’anni
Un pescatore del lago Kaptai, nel sud-est del Bangladesh, tira su le reti all’alba. Spera in una grossa carpa, di quelle che una volta riempivano le barche. Invece trova solo minuscoli clupeidi, pesci che valgono una frazione sul mercato. La sua paga è sempre più misera, e il paradosso è tutto nei numeri: il declino delle carpe nel lago Kaptai va in direzione opposta rispetto alla produzione ittica totale, che non è mai stata così alta. Dietro la superficie luccicante dell’acqua si nasconde una crisi che parte da lontano, da una diga costruita oltre sessant’anni fa, e che oggi colpisce chi aveva già perso tutto.
La trappola della statistica: più pesce, ma non quello giusto
A leggere i dati grezzi, il lago Kaptai non è mai stato così produttivo. Secondo il Department of Fisheries, la produzione ittica totale è passata da 7.247 tonnellate a 20.631 tonnellate tra il 2001-02 e il 2024-25. Una crescita che fa ben sperare, se non fosse che il pesce che conta — quello che dà da vivere ai pescatori — è quasi sparito. Le catture di carpe indigene (rohu, catla, mrigal e kalibaus) sono crollate da 422 tonnellate a 22 tonnellate nello stesso periodo. Un tonfo del 95%.
Il Bangladesh ha prodotto circa 1,4 milioni di tonnellate di pesce da acque interne aperte nell’anno fiscale 2024-25, e il lago Kaptai ne ha contribuito per 20.631 tonnellate, circa l’1,44% del totale nazionale. Ma quel contributo è sempre più dominato da due specie di clupeidi — chapila e keski — che hanno soppiantato le carpe commerciali. Già nel 2015-16, stando al Bangladesh Fisheries Research Institute (BFRI), la quota delle quattro specie di carpe era scesa dall’81% del pescato (rilevato nel 1965-66) ad appena il 5%. Oggi la situazione è peggiore. Più di mille reti kachki jal, progettate proprio per i piccoli clupeidi, operano nel lago, e i 27.000 pescatori registrati — secondo la National Fishermen’s Association — si contendono un raccolto sempre più magro in termini di valore.
Ma perché le carpe stanno scomparendo? La risposta non sta solo nella pressione delle reti: sta nell’acqua stessa, e in quello che l’acqua ha sommerso.
La ferita mai rimarginata: la diga e i Jumma
La scomparsa delle carpe non è un fenomeno naturale recente: ha radici lontane, nell’acqua che nel 1962 ha sommerso case e foreste. La storia della diga Kaptai è una storia di sottrazione: 18.000 abitazioni e 1.306 chilometri quadrati di terra coperti dal bacino artificiale, e circa 100.000 indigeni Jumma sfollati senza ritorno. Intere comunità — Chakma, Marma e altri gruppi — hanno perso terre ancestrali, case e mezzi di sussistenza in un colpo solo.
Quella ferita non si è mai chiusa. I Jumma, già privati della terra, si sono rivolti al lago per sopravvivere, diventando pescatori. E per un po’ ha funzionato: i registri della Bangladesh Fisheries Development Corporation (BFDC) mostrano che nel 1965-66 le carpe autoctone costituivano oltre l’81% del pescato totale. Poi, gradualmente, l’ecosistema artificiale ha iniziato a cambiare. Le aree di riproduzione delle carpe, un tempo accessibili lungo i canali naturali, sono state ostruite dai sedimenti. I clupeidi, più adattabili e prolifici, hanno riempito il vuoto. E il pesce di valore — quello che poteva garantire un reddito decente — ha smesso di arrivare nelle reti.
E oggi, chi paga il prezzo più alto? Chi era già in fondo.
Vivere con 24.000 taka: la scelta amara per i pescatori tribali
La risposta è nei villaggi sulle sponde del lago. La condizione socioeconomica dei pescatori tribali racconta una realtà fatta di numeri che in Europa suonano quasi incomprensibili: un reddito annuo compreso tra 24.000 e 38.400 taka — parliamo di circa 200-320 euro all’anno. Più della metà delle famiglie (il 51,5%) non ha un sistema igienico-sanitario adeguato. Non è povertà romantica da cartolina: è assenza di servizi di base mentre si lavora ogni giorno su un lago che produce ventimila tonnellate di pesce.
La via d’uscita, sulla carta, esiste. Ci sono quattro aree principali di riproduzione delle carpe nel lago — i canali Kasalong, Barkal, Chengi e Rengkhong — che un tempo garantivano il ricambio delle specie nobili. La proposta discussa tra esperti e associazioni di pescatori è chiara: dragare le aree di riproduzione e i canali migratori del pesce carpa, ripristinando i corridoi naturali che la sedimentazione ha chiuso negli ultimi decenni. Un intervento che ridarebbe ossigeno alle carpe autoctone e, con loro, a un’economia familiare che oggi annaspa. Ma senza investimenti pubblici — e senza la volontà politica di riconoscere che il debito verso i Jumma non è solo morale ma materiale — resterà solo un’ipotesi buona per i convegni.
La rinascita delle carpe autoctone nel lago Kaptai non è una questione da ambientalisti da salotto: è la misura di un debito storico che il Bangladesh ha contratto nel 1962, quando ha scelto di produrre energia idroelettrica a spese di centomila persone. Oggi quel debito si presenta ogni mattina nelle reti vuote dei pescatori. Tenere gli occhi aperti su cosa finisce nel nostro piatto è il primo passo; il secondo è pretendere che le politiche per la pesca uniscano conservazione e giustizia sociale, perché qui non si tratta di salvare un pesce, ma di ridare un futuro a chi lo sta già perdendo da sessant’anni.




