L’estrazione mineraria sottomarina minaccia 125 specie di molluschi, mentre la rana del deserto perde habitat per l’idrogeno verde
Sessantadue per cento. È la percentuale di molluschi endemici delle sorgenti idrotermali che rischia l’estinzione — 125 specie su 201 conosciute — e la causa ha un nome preciso: l’estrazione mineraria in acque profonde. Il dato emerge dall’aggiornamento della Lista Rossa IUCN diffuso lo scorso 9 luglio, e racconta una storia che va ben oltre le profondità oceaniche. Sulla terraferma, a migliaia di chilometri di distanza, la rana della pioggia del deserto — un anfibio che vive in una stretta fascia di dune costiere tra Sudafrica e Namibia — è passata da Near Threatened a Vulnerable, spinta nella categoria di rischio superiore dall’estrazione di diamanti e dal più grande progetto di idrogeno verde dell’Africa.
Non sono due storie separate. Sono lo stesso meccanismo che opera su fronti opposti: la domanda di minerali per batterie e di energia decarbonizzata sta riscrivendo la geografia dell’estinzione, mentre gli strumenti per governare questa trasformazione arrivano in ritardo — quando arrivano.
Il doppio volto della Lista Rossa
L’aggiornamento IUCN porta con sé il consueto paradosso. Da un lato ci sono storie di recupero che dimostrano come gli interventi di conservazione, quando mirati e finanziati, funzionino: il numbat, marsupiale emblema faunistico dell’Australia Occidentale, è stato riclassificato da Endangered a Near Threatened. Era entrato nella categoria Endangered nel 2008, e da allora la popolazione di individui maturi è risalita fino a una stima compresa tra 2.000 e 3.000 esemplari. Un miglioramento reale, costruito su programmi di riproduzione e controllo dei predatori, che restituisce un risultato raro nel panorama della conservazione globale.
Dall’altro lato, sempre dall’Australia, arrivano cinque estinzioni confermate: il piccolo bettong e quattro specie di mulgara — marsupiali riconosciuti come specie distinte solo dopo una revisione tassonomica — non vengono avvistati da almeno sessant’anni. La Lista Rossa ora include 175.909 specie, di cui 49.505 sono minacciate di estinzione. La cifra cresce a ogni aggiornamento, ma il dato del 2026 segna uno scarto qualitativo: per la prima volta, l’estrazione mineraria in acque profonde e lo sviluppo di infrastrutture per l’energia rinnovabile compaiono tra i driver principali del rischio.
Ma se il numbat risale la china, per altre specie la discesa è solo all’inizio. E la mano dell’uomo accelera il passo.
Idrogeno verde, deserto rosso
Cosa hanno in comune una rana che vive sepolta nella sabbia e un mollusco che abita a 2.500 metri di profondità? Entrambi sono vittime collaterali della transizione energetica. La rana della pioggia del deserto — Breviceps macrops, un anfibio notturno che trascorre la maggior parte della vita sottoterra emergendo solo con la nebbia costiera — sta vedendo il suo habitat costiero di appena 10-12 chilometri di ampiezza eroso su più fronti. L’estrazione di diamanti è un vecchio nemico, ma è il nuovo arrivato a fare la differenza: il progetto Boegoebaai, un impianto di idrogeno verde pianificato sulla costa namibiana, è stato segnalato come una minaccia industriale aggiuntiva per un habitat già frammentato. Secondo le proiezioni, il numero di esemplari è destinato a calare del 20% nei prossimi due decenni.
Non è un incidente isolato. È il pattern di una corsa alle risorse che non ha ancora un quadro di regole. A 2.500 metri di profondità, la situazione è ancora più netta: il 62% dei molluschi valutati è a rischio, con 39 specie in pericolo critico, 32 in pericolo e 43 vulnerabili. Le valutazioni erano state deliberate: programmate per coincidere con i negoziati dell’Autorità Internazionale dei Fondali Marini (ISA) del luglio 2026 a Kingston, in Giamaica, dove i delegati stavano discutendo il codice minerario.
Il problema di fondo è che mancano i dati di base. Senza conoscere la distribuzione, la densità e la resilienza delle popolazioni abissali, qualsiasi soglia di sfruttamento fissata da un regolatore è un tiro al buio. Come ha sintetizzato chi ha condotto le valutazioni: non si può regolamentare o monitorare in sicurezza un’industria quando i dati necessari per prevenire l’estinzione non esistono. È un’affermazione che suona tecnica ma ha conseguenze molto concrete: significa che le prime draghe potrebbero scendere in acqua prima che qualcuno abbia misurato ciò che stanno per distruggere.
Cosa aspettarsi da Kingston
A luglio, mentre la Lista Rossa veniva aggiornata, i negoziatori dell’ISA si riunivano a Kingston. Il timing non è stato casuale: le valutazioni sui molluschi abissali sono state costruite per atterrare esattamente in quelle settimane, nel tentativo di ancorare il dibattito a numeri verificabili anziché a dichiarazioni di principio. L’ISA sta lavorando al codice minerario da anni, ma il processo è lento, opaco, e incalzato dall’urgenza di compagnie che hanno già investito in licenze esplorative e premono per passare alla fase estrattiva.
La domanda è se l’ISA riuscirà a scrivere regole efficaci prima che le prime draghe scendano in acqua. E se quelle regole sapranno incorporare il principio che la transizione energetica non può funzionare se estingue le specie che intende proteggere dall’emergenza climatica. I numeri della Lista Rossa offrono un punto di partenza: 125 specie di molluschi minacciate, una rana del deserto che perde il 20% della popolazione in due decenni, cinque marsupiali già persi per sempre. Non sono cifre astratte — sono il conto che la transizione sta accumulando, in attesa che qualcuno decida se e come saldarlo.
Il prossimo round negoziale dell’ISA dirà se la transizione energetica avrà un prezzo che la Lista Rossa sta già cominciando a quantificare.




