Dalla promessa di 1.698 ettari alla superficie attuale, il titolo del 2017 ha formalizzato la riduzione.
Un documento da dimostrare
C’è un gesto che conosciamo tutti: mostrare un documento per dimostrare chi siamo. Per un nubiano a Kibera, dopo l’attentato del 1998, quel gesto è diventato un esame ripetuto. «Dopo l’esplosione siamo diventati una comunità sospetta», racconta Malasen Hamida in un’intervista con Mongabay: per via dei nomi che ricordano quelli arabi o somali, per la lingua che ha cadenze arabe, per il fatto di essere musulmani, il governo ha cominciato a trattare i Nubiani come una questione di sicurezza, non come comunità con una storia e una casa. Mostrare la carta d’identità significa sottoporsi a un controllo che va oltre la foto: nome, lingua, religione vengono letti come indizi. E mentre quei documenti restano un filtro quotidiano, a metà luglio 2026 emerge che anche la terra si è ridotta: l’assegnazione che un tempo copriva 1.698 ettari è scesa a 116 ettari. Ma come si è passati da una promessa di terra a 116 ettari? Per capirlo serve riavvolgere il nastro.
La terra promessa, sulla carta
La risposta sta nei numeri. Nel giugno 2017, il presidente Uhuru Kenyatta concesse ai Nubiani un titolo fondiario comunale per 288 acri a Kibera, come documentato da The New Humanitarian. Tradotto in ettari, sono circa 116: esattamente la superficie che resta. Non è un dettaglio. L’assegnazione originaria copriva 1.698 ettari (4.197 acri). Secondo un’analisi pubblicata nell’agosto 2024 su Land Portal, la comunità sopravvive su meno del 7 per cento della terra che occupava in passato, pari a 288 acri. Il titolo del 2017, quindi, ha riconosciuto formalmente una riduzione già avvenuta, non l’ha fermata.
La perdita da 1.698 a 116 ettari è avvenuta senza alcuna compensazione: urbanizzazione, sfratti forzati, espropri e successivi progetti governativi hanno consumato il resto. In pratica, lo Stato ha scritto su carta una superficie che è solo una frazione di quella originariamente assegnata. Il documento c’è, ma la terra non torna. Se i titoli non bastano a fermare la perdita, chi può tenere accesa la battaglia?
Candidarsi, ancora
La risposta arriva dalla politica: due donne, due percorsi. Wangari Maathai nel 2002 fu eletta in Parlamento con il 98 per cento dei voti e tra il 2003 e il 2005 ha servito come Assistente Ministro per l’Ambiente, le Risorse Naturali e la Fauna Selvatica. Malasen Hamida ha già provato tre volte a entrare in Parlamento per il collegio di Kibera e intende ricandidarsi nel 2027. L’accostamento non è casuale: Maathai ha saputo trasformare la notorietà in un mandato larghissimo; Hamida parte da un territorio molto più piccolo, letteralmente, e da una comunità che ha visto la terra promessa ridursi a 116 ettari. Il precedente di Maathai mostra che in Kenya si può passare dall’attivismo alla rappresentanza parlamentare. Non è solo una questione di consenso: è anche la distanza tra un riconoscimento formale e la capacità di trasformarlo in diritti reali. La quarta candidatura, nel 2027, sarà il banco di prova.
Il 2027 dirà se la quarta candidatura di Hamida riuscirà a trasformare i documenti e i titoli in diritti reali. Per la comunità nubiana di Kibera, la terra non è solo un numero: è la prova che quei documenti valgono qualcosa. La quarta candidatura di Hamida sarà il termometro di questa promessa.




