Lombardia, caldo oltre 35 gradi: stop lavoro all’aperto fino al 23 settembre.

Se lavori all’aperto, in una di queste settimane di agosto, conosci il momento: il sole a picco, l’asfalto che brucia, la voglia di fermarsi. A Milano, per chi cura il verde pubblico, quello stop non è una concessione. Da due anni, come racconta Riccardo Francato, la Regione Lombardia ha decretato alcune ore di stop obbligatorio quando il caldo diventa eccessivo. Il turno si spezza: «Da mezzogiorno e mezza alle quattro del pomeriggio non si lavora», spiega. Per chi pota, innaffia e rastrella sotto il sole, lo stop nelle ore centrali è ormai parte normale della giornata di lavoro.

Chi lavora nel verde di Milano e chi decide lo stop

A Milano la gestione del verde pubblico spetta alla Metropolitana milanese spa: società di ingegneria di proprietà del Comune, nata nel 1955 per progettare le linee della metropolitana, che oggi gestisce anche il servizio idrico integrato e, dallo scorso anno, la manutenzione delle aree verdi della città. Non è un incarico improvvisato: dall’ottobre 2024, il Comune di Milano ha formalizzato l’affidamento a MM S.p.A. della gestione del verde per i prossimi 25 anni, fino a ottobre 2049. La soglia dello stop è indicata dal sito World Climate: sopra i 35 gradi scatta l’obbligo di fermarsi. E le giornate sopra la soglia non mancano: già a inizio luglio, secondo i dati citati da Francato, si contavano 18 giornate da bollino rosso per il caldo, con la prospettiva di arrivare a fine settembre. Perché proprio queste ore e questa soglia? La risposta arriva dai numeri, non solo dal meteo.

Un caldo che cresce quasi il doppio della media mondiale

Per capire perché una regione italiana abbia deciso di regolare per decreto le ore di lavoro servono i numeri. Secondo il rapporto dell’ILO «Heat at work: Implications for safety and health», pubblicato nel luglio 2024, l’Europa e l’Asia centrale sono la regione in cui le condizioni di lavoro stanno cambiando più rapidamente a causa del caldo. Il dato sui vent’anni precedenti spiega perché: tra il 2000 e il 2020 la regione ha registrato il maggiore aumento dell’esposizione a calore eccessivo, con la percentuale di lavoratori colpiti in aumento del 17,3 per cento, quasi il doppio della media globale.

Detto in parole povere: lavorare all’aperto in questa parte del mondo sta diventando più rischioso, e lo sta facendo più in fretta che altrove. Fermare i turni nelle ore più calde non nasce dalla buona volontà di un singolo amministratore, ma da un dato strutturale, misurabile. Per chi lavora sotto il sole, questo significa che il rischio non è più un’eccezione: è una variabile fissa della stagione, da giugno a settembre, con cui imprese e lavoratori devono fare i conti ogni anno. E se il problema è strutturale, le risposte non sono tutte uguali: lo dimostra il confronto tra le ordinanze regionali.

Lazio e Lombardia, due risposte allo stesso sole

Se il problema è strutturale, le risposte non sono tutte uguali. La Regione Lombardia ha formalizzato le regole con l’ordinanza n. 484 del 9 giugno 2026, in vigore dal 10 giugno al 23 settembre 2026. L’ordinanza vieta il lavoro all’aperto tra le 12:30 e le 16:00 in edilizia, cave, agricoltura e florovivaismo, ma solo nei giorni in cui la mappa pubblicata quotidianamente dal progetto Worklimate di Inail-Cnr segnala un livello di rischio «alto» per i lavoratori esposti al sole con attività fisica intensa alle ore 12. Non è uno stop indiscriminato: scatta quando il rischio, misurato con un criterio oggettivo, supera la soglia.

Nel Lazio la risposta è arrivata prima, lo scorso 25 maggio, quando la Regione Lazio ha firmato un’ordinanza per tutelare salute e sicurezza dei lavoratori, che vieta il lavoro in condizioni di esposizione prolungata al sole dalle 12:30 alle 16:00 fino al 15 settembre 2026. La formulazione è più ampia di quella lombarda: non c’è un criterio giornaliero legato alla mappa Worklimate, ma un divieto che vale per l’intera stagione, giorno dopo giorno. Le regole ci sono, ma resta la domanda: chi controlla che vengano rispettate?

Le ordinanze valgono solo se chi lavora all’aperto le conosce e chi deve applicarle le fa rispettare. Per imprese, lavoratori e cittadini il primo passo è pratico: controllare la mappa Worklimate e l’ordinanza della propria regione. Il caldo non chiede permesso, ma le regole — quando si sa dove guardare — sì.