Nel 2015 l’USDA e l’EPA promisero di dimezzare gli sprechi entro il 2030, ma i dati attuali mostrano che quasi

Nel 2023, un terzo della fornitura alimentare degli Stati Uniti non è stato acquistato né mangiato. Lo scorso anno, 436.500 tonnellate di cibo sono uscite dalle cucine dell’Illinois e sono finite direttamente in discarica, secondo i dati diffusi da Ashley Belle, dell’University of Illinois Extension. Nello stesso stato, una persona su otto affronta la fame. E mentre i numeri raccontano questa distanza tra abbondanza sprecata e bisogno reale, l’obiettivo che avrebbe dovuto invertire la rotta è fermo a una promessa di quasi undici anni fa.

Un obiettivo lontano

Era il 16 settembre 2015 quando l’USDA e l’EPA annunciarono il primo obiettivo nazionale per ridurre la perdita e lo spreco alimentare: dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030. Un target ambizioso, scritto con il linguaggio delle policy federali, che presupponeva un cambiamento strutturale lungo l’intera filiera. A meno di quattro anni dalla scadenza, i numeri di ReFED mostrano una realtà opposta: nel 2024, il 29% della fornitura alimentare statunitense, pari a 240 milioni di tonnellate, è rimasto invenduto o non consumato. E un quarto di tutto il cibo negli Stati Uniti — 60 milioni di tonnellate — viene destinato a discariche, inceneritori, scarichi o marcito nei campi.

Il problema non è solo etico, davanti a un americano su sette che non ha sicurezza alimentare. È anche ambientale, in un modo che sfugge alla percezione comune. Più dell’85% delle emissioni di gas serra derivanti dai rifiuti alimentari conferiti in discarica sono causate da attività che precedono lo smaltimento: produzione, trasporto, lavorazione e distribuzione. Buttare il cibo significa aver già sprecato tutto quello che è servito per portarlo fino al bidone. Con il 2030 ormai alle porte, la domanda non è più quanto siamo lontani dall’obiettivo: è se qualcuno ci creda ancora davvero.

Il peso domestico

Ma il paradosso non si ferma alle statistiche nazionali. Scende nelle cucine. Le 436.500 tonnellate di cibo che lo scorso anno sono finite in discarica in Illinois non vengono da grandi catene di distribuzione o ristoranti: arrivano dalle case. Famiglie che pianificano i pasti, vanno al supermercato, cucinano e poi buttano. Il dato non è solo una cifra, è la misura di un’abitudine che si ripete ogni giorno, dentro migliaia di frigoriferi e dispense. E dietro a quei sacchetti c’è un cortocircuito che vede persone che hanno fame convivere con lo stesso sistema che produce scarti per 436.500 tonnellate l’anno.

ReFED stima che un quarto di tutto il cibo prodotto negli Stati Uniti venga sprecato, il che significa che la piramide delle responsabilità è rovesciata: l’ultimo miglio, la casa, è il terminale di una catena in cui oltre l’85% del danno climatico è già stato fatto prima ancora che il cibo raggiunga il bidone domestico. La produzione agricola, i trasporti, la lavorazione industriale e la distribuzione hanno già generato la quasi totalità delle emissioni quando la famiglia apre il sacchetto. Questo non solleva le famiglie dalla responsabilità, ma la ridimensiona. E rende evidente che un sondaggio sulle abitudini di spesa può al massimo limare una superficie, se a monte il sistema continua a produrre un terzo di cibo che non verrà mai consumato.

La risposta della ricerca

Di fronte a questi numeri, la ricerca prova a reagire. Ed è qui che entra in gioco il nuovo sondaggio. Le famiglie dell’Illinois sono state invitate a partecipare a un questionario su pianificazione dei pasti, spesa, cucina e gestione del cibo in casa. L’iniziativa fa parte di un progetto di ricerca multi-stato guidato dalla Ohio State University, con un finanziamento USDA NIFA che copre il periodo tra ottobre 2022 e settembre 2027. Alla guida del lavoro c’è l’economista agricolo Brian Roe e il Food Waste Collaborative dell’università, lo stesso gruppo che ha sviluppato i sondaggi nazionali sullo spreco alimentare domestico e il dashboard RECIPES per monitorare i dati.

L’intento è nobile: mappare i comportamenti per progettare interventi mirati. Ma con il 2030 a quattro anni di distanza, il cronoprogramma è stretto. Un questionario può fotografare abitudini, ma non può da solo invertire un trend consolidato da decenni. La domanda non è se servano dati migliori — la risposta è sì — ma se si sia ancora in tempo per tradurli in politiche efficaci, o se il target del 2015 sia ormai un’etichetta vuota che nessuno ha intenzione di aggiornare ufficialmente. Cosa succede quando un obiettivo federale viene mancato senza che nessuno ne risponda? Con il 2030 sempre più vicino, la domanda rimane: chi pagherà il costo di un obiettivo che rischia di fallire, mentre le famiglie continuano a buttare cibo e a fare la fame?