Siccità e caldo estremo moltiplicano la durrina nel sorgo, rendendola letale per i ruminanti.

Oltre 900 milligrammi di acido cianidrico per chilo, quasi 20 volte il limite di 50 mg/kg fissato dal Piano Nazionale di controllo ufficiale sull’Alimentazione Animale. Non è il residuo di uno sversamento industriale, ma la concentrazione misurata in un campione di sorgo foraggero prelevato nell’agosto 2022 da un campo del Cuneese dove avevano pascolato alcune vacche intossicate. Lo stesso meccanismo ha colpito anche gli ovini: più di 50 pecore sono morte nel luglio 2023 dopo aver pascolato in un campo di grano da poco mietuto nelle campagne alessandrine, e le necroscopie hanno confermato un’intossicazione acuta da cianuri, secondo l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta.

Il veleno nell’erba: 20 volte oltre il limite

Il dato più estremo resta quello dell’estate 2022, quando le analisi su un campione di sorgo prelevato direttamente dal campo dove avevano pascolato le vacche intossicate evidenziarono oltre 10.000 mg/kg di durrina: considerando il fattore di trasformazione in acido cianidrico, equivalgono a oltre 900 mg/kg. La soglia per gli alimenti a uso zootecnico è 50 mg/kg: la quantità riscontrata era quasi 20 volte superiore.

Non si trattava di un caso isolato. L’anno successivo, il 10 luglio 2023, nell’Alessandrino morirono più di 50 pecore. Le analisi di laboratorio hanno confermato la diagnosi di intossicazione acuta da cianuri e, particolare rilevante, i livelli di tossicità risultavano quasi il doppio rispetto a quelli registrati durante la siccità del 2022, quando a farne le spese erano stati diversi bovini del Cuneese. Resta da capire come una pianta foraggera ordinaria possa trasformarsi, in determinate condizioni, in una fonte letale di cianuro.

Stress idrico, rumine: la chimica che uccide

La spiegazione parte dalla fisiologia della pianta. Il sorgo produce naturalmente durrina durante le prime fasi di sviluppo, e le parti più pericolose sono i nuovi germogli, le foglie giovani e i ricacci. In condizioni di stress termico e di forte siccità, la pianta può accumulare concentrazioni elevate di glicosidi cianogenetici: il glicoside si trasforma così in un veleno micidiale, soprattutto quando gli animali ingeriscono germogli e ricacci.

Il passaggio successivo avviene nel rumine. Sia i bovini sia gli ovini risultano particolarmente vulnerabili per il ruolo del rumine nella liberazione del cianuro dai composti presenti nella pianta. La dinamica era già emersa nella prima metà di agosto 2022, quando si verificarono incidenti in cinque aziende agricole diverse nelle province di Cuneo, Asti e Biella. Il focolaio più grave fu segnalato in un pascolo a Sommariva del Bosco, nel Cuneese: un allevamento di manze piemontesi aveva ingerito un ibrido di Sorghum bicolor x S. sudanense e morirono 50 capi.

Se la chimica è ormai chiara, lo è meno il perimetro del rischio. Il caso alessandrino del 2023 coinvolge una specie diversa, ovini e non bovini, e mostra che il problema non è confinato a una singola coltura o a una singola azienda.

Bovini e ovini: il pascolo come trappola sistemica

Il passaggio dalle manze del 2022 alle pecore del 2023 non è una coincidenza. Il nuovo focolaio nell’Alessandrino ha dimostrato che il pericolo non è teorico né limitato a una sola specie animale. Più in generale, periodi prolungati di ipertermia e siccità non riducono soltanto le scorte d’acqua: modificano la chimica stessa della vegetazione, rendendo i pascoli potenzialmente letali per il bestiame.

La domanda, a questo punto, riguarda i prossimi mesi e le prossime estati. Il limite di 50 mg/kg di acido cianidrico è il numero da sorvegliare: ogni nuovo campione prelevato nei pascoli a rischio dovrà essere confrontato con quella soglia. Quanti altri appezzamenti la supereranno senza essere mai testati? La risposta dipenderà in larga parte dall’andamento delle temperature e dalla frequenza delle ondate di calore.

Il trend non è rassicurante. Con il cambiamento climatico, la durrina nel sorgo smette di essere un dettaglio agronomico e diventa un indicatore di sopravvivenza per gli allevamenti. Da tenere d’occhio resta 50 mg/kg, il limite che ogni nuovo campione dovrà rispettare.