La nuova circolare vieta la miscelazione in Italia, ma il blend prodotto all’estero può ancora entrare con l’etichetta extravergine
Per oltre vent’anni un blend di olio extravergine e di olio vergine che rispettava i parametri analitici e superava l’esame organolettico ha potuto essere venduto come extravergine. Lo scorso 22 luglio, in Italia, quel meccanismo si è fermato: il Ministero dell’Agricoltura ha ribaltato l’interpretazione dell’ICQRF del 2002 e pubblicato la nuova circolare sulle miscele di olio. Secondo Alberto Grimelli, direttore di Teatro Naturale, il provvedimento è stato redatto «con molta fretta. Troppa fretta».
La promessa: niente più miscele «extravergine» in Italia
Il cuore tecnico della vicenda è il criterio di classificazione della miscela. Fin dal 2002, un’interpretazione dell’ICQRF consentiva di classificare come extravergine una miscela di olio vergine ed extravergine quando il prodotto finale rispettava i parametri analitici e superava l’esame organolettico previsto dalla normativa. Quell’orientamento era stato condiviso anche dalla direzione generale agricoltura della Commissione europea. In pratica, il blend che stava dentro i parametri della categoria superiore poteva fregiarsi della categoria superiore.
La circolare in materia di disposizioni sulla miscelazione ribalta quel criterio: gli oli ottenuti dalla miscela di olio extra vergine e olio vergine non potranno più essere commercializzati né etichettati come olio extra vergine. La decisione è stata ripresa anche da Óleo Revista nella copertura del provvedimento italiano. Ma una regola scritta per la trasparenza vale solo dentro i confini nazionali: ed è qui che comincia il cortocircuito.
Il cortocircuito: regola solo italiana, mercato europeo
La criticità più evidente è che le nuove regole non valgono per gli altri Paesi dell’Unione Europea. Un’azienda italiana può acquistare olio vergine ed extravergine, trasferirli in Andalusia, in Portogallo o in Grecia e realizzare lì la miscela: l’olio può poi essere importato in Italia, imbottigliato e venduto come extravergine. Il divieto colpisce la lavorazione dentro i confini, non il prodotto finito che rientra dall’estero.
Il cortocircuito è anche giuridico, e precede la circolare. Già nell’ottobre 2023 una sentenza del Tribunale ordinario di Perugia aveva confermato che una miscela di oli extra vergini e vergini può essere commercializzata come olio extra vergine di oliva se rispetta i parametri della categoria superiore. È lo stesso principio che la circolare ora nega in Italia, creando una frattura tra la giurisprudenza nazionale precedente e la nuova prassi amministrativa.
La Corte dei Conti europea ha individuato una lacuna normativa sulla miscelazione degli oli d’oliva: le regole esistenti non chiariscono in modo sufficiente se si possano unire oli di annate diverse, né se un blend di extravergine e vergine possa essere commercializzato come extravergine. Gli Stati membri applicano approcci differenti, e la raccomandazione rivolta alla Commissione europea è di chiarire le regole entro il 2026. In questo quadro, per Grimelli la circolare è, volendo essere gentili, un’«arma spuntata»: rischia di danneggiare i produttori italiani lasciando invariato ciò che arriva sugli scaffali.
Chi paga: contrattazioni bloccate e olio deprezzato
Il paradosso normativo si traduce in numeri e contratti. Secondo l’analisi di Teatro Naturale sull’impatto della circolare, l’effetto immediato sarà il blocco delle contrattazioni sull’olio vergine italiano e su tutti gli oli extravergine di oliva nazionali border line, quelli che viaggiano al margine dei parametri di categoria. È il primo contraccolpo per chi produce: se il canale della miscelazione si chiude dentro i confini, l’olio vergine perde uno sbocco commerciale e si deprezza.
Sul fronte delle frodi la circolare è ritenuta assolutamente inutile: obbliga solo industria e imbottigliamento a una diversa organizzazione del lavoro. Il punto è che il divieto non incide su ciò che arriva sugli scaffali, perché le miscele realizzate fuori dall’Italia continuano a entrare con l’etichetta extravergine. Nel breve periodo la misura è persino controproducente per frantoiani e organizzazioni di produttori, che vedranno deprezzarsi ulteriormente l’olio vergine o extravergine border line. Resta da vedere se l’Europa interverrà prima che il danno per i frantoi si consolidi.
La purezza non si difende per decreto se il mercato resta europeo e la norma vale solo a metà. Per ora, i produttori italiani pagano il prezzo di una trasparenza che avvantaggia chi imbottiglia altrove.




