Il secondo rapporto globale Ipbes del 2028 verificherà i progressi verso gli obiettivi di biodiversità
L’altra mattina, al mercato, ho preso un vasetto di miele locale. Il produttore mi ha detto: «Quest’anno le api sono dimezzate». Non è una sensazione: è un sintomo. E la prossima fotografia scientifica del pianeta, in fase di scrittura proprio ora, ci dirà se abbiamo ascoltato questi segnali o se abbiamo fatto finta di niente. In queste settimane, mentre noi facciamo la spesa, la prima revisione esterna della seconda valutazione globale dell’IPBES è aperta fino al 7 agosto: scienziati, decisori politici e professionisti di tutto il mondo stanno leggendo, correggendo e soppesando le bozze del rapporto che nel 2028 ci metterà con le spalle al muro.
Il silenzio degli insetti
Chi ha più di trent’anni lo ricorda bene: un viaggio in macchina d’estate significava fermarsi a pulire il parabrezza pieno di insetti. Oggi quel gesto è quasi scomparso. Non è nostalgia: è un dato di fatto che la scienza ha cominciato a misurare con precisione. Già nel maggio del 2019, l’IPBES pubblicò il suo primo Global Assessment, un rapporto che fece rumore perché tradusse in numeri quella sensazione diffusa di impoverimento. La cifra chiave, secondo l’IPBES, era che quasi un milione di specie rischiano di estinguersi entro pochi decenni. Non è un errore di battitura: un milione. Audrey Azoulay, all’epoca Direttrice Generale dell’UNESCO, fu lapidaria: dopo quel rapporto, nessuno avrebbe più potuto dire «non lo sapevo».
Quel documento del 2019 fu uno spartiacque proprio perché scardinava un luogo comune duro a morire: l’idea che la perdita di biodiversità fosse un problema delle foreste tropicali, lontano da noi, roba da documentari pomeridiani. Invece il Global Assessment ci disse che la natura si sta erodendo ovunque, a una velocità senza precedenti nella storia umana, e che il costo di questa erosione lo paghiamo in termini di cibo, acqua pulita, regolazione del clima. Tradotto per il lettore non esperto: meno insetti impollinatori significano raccolti più scarsi e più cari. Meno zone umide significano meno protezione contro le alluvioni. Non c’entra l’amore per i panda: c’entra il portafoglio e la sicurezza di casa nostra.
Ma da quel rapporto storico, cosa è cambiato? E chi sta preparando il prossimo verdetto?
Il check-up del pianeta è già in corso
Non sono solo gli scienziati a chiederselo. In queste settimane, un esercito silenzioso di esperti sta lavorando alla revisione della prima bozza dei capitoli della seconda valutazione globale. L’IPBES ha aperto il processo alla partecipazione più ampia possibile: non solo accademici, ma anche decisori politici, professionisti e portatori di conoscenze locali. Chi ha competenze pertinenti può ancora contribuire fino alla scadenza del 7 agosto. È uno di quei momenti in cui la scienza funziona come dovrebbe: non emette sentenze calate dall’alto, ma costruisce un consenso basato su dati, verifiche incrociate e discussioni aperte.
Questo secondo Global Assessment è programmato per essere completato nel 2028 e sarà presentato all’IPBES 14, previsto per la seconda metà dello stesso anno. Il suo compito è più concreto di quanto si pensi: valuterà i progressi verso il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. In parole povere, verificherà se i governi hanno fatto quello che avevano promesso. E una delle promesse più grosse, siglata nel 2022 alla COP15, è quella di conservare e gestire efficacemente almeno il 30% delle terre, delle acque interne, delle aree costiere e degli oceani del mondo entro il 2030. Trenta per cento: quasi un terzo del pianeta messo in sicurezza. Non è un obiettivo da ambientalisti radicali, è un impegno internazionale ratificato da quasi tutti i paesi del mondo, Italia compresa.
Il meccanismo è chiaro: il secondo Global Assessment è progettato per supportare la valutazione dei progressi verso i target globali del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework. In pratica, il rapporto del 2028 sarà il termometro che ci dirà se stiamo raggiungendo gli impegni presi, o se siamo in ritardo. E la bozza che oggi è sotto revisione è già il primo tassello di quella macchina. Quando la Plenaria dell’IPBES sarà chiamata ad approvare il riassunto per i decisori politici e ad accettare i capitoli del rapporto, avremo tra le mani non un libro di buone intenzioni, ma un pagello. E come tutti i pagelli, dirà chi ha studiato e chi ha copiato.
Cosa troverà quel rapporto, quando arriverà nel 2028? E soprattutto: saremo stati capaci di invertire la rotta? La risposta non è ancora scritta. Ma il processo di revisione in corso ci ricorda una cosa scomoda: la crisi ecologica non è un allarme rimandabile al 2028, è il frutto di scelte che facciamo oggi. Ogni ettaro di suolo consumato, ogni corso d’acqua inquinato, ogni risorsa naturale gestita male è un dato che finirà in quel rapporto. E non ci sono trucchi contabili che tengano: la biodiversità si conta in specie che esistono ancora o che sono scomparse, non in stime ottimistiche.
Non aspettare il 2028
Mentre gli esperti discutono di metriche e percentuali, noi continuiamo a fare la spesa, a tagliare l’erba del giardino, a decidere dove andare in vacanza. È proprio lì che si gioca la partita. Non serve aspettare il 2028 per capire se abbiamo vinto o perso: ogni vasetto di miele con meno api dietro, ogni raccolto più magro, ogni ondata di calore fuori stagione è un’anteprima di quel rapporto. La seconda valutazione globale sarà uno specchio, e quando ne leggeremo le conclusioni potremo riconoscere la nostra parte di responsabilità – o di speranza – in ogni numero. Perché se è vero che i governi hanno promesso il 30% di aree protette, è altrettanto vero che la tutela della biodiversità comincia da come gestiamo il verde urbano, da cosa compriamo al supermercato, da quanta attenzione mettiamo nel sostenere chi produce cibo in modo rispettoso degli equilibri naturali. La scienza sta facendo il suo lavoro: sta misurando, verificando, scrivendo. La domanda è se noi stiamo facendo il nostro.
La seconda valutazione globale non sarà solo un documento per i governi: sarà una fotografia di noi stessi. E quando nel 2028 leggeremo le sue conclusioni, potremo dire se abbiamo fatto la nostra parte, oppure se abbiamo girato la testa dall’altra parte mentre il parabrezza restava pulito.




