Un bioblitz nel 2022 ha censito oltre 500 specie in un’insenatura urbana di Vancouver
Partiamo dal nome, che è già un programma. Nel 1859 un capitano di marina britannico si infilò in quello che credeva essere un torrente, si accorse di aver preso un abbaglio e battezzò il posto False Creek, “insenatura fasulla”, come avvertimento per i marinai che sarebbero venuti dopo di lui. Un nome che suona come una condanna: se persino chi ci è passato per primo l’ha bollata come un inganno, cosa ci si può aspettare da questo braccio di mare incastonato nel cuore di Vancouver?
Un nome ingannevole, una realtà sorprendente
A giudicare dall’apparenza, poco. False Creek è un corpo d’acqua salata urbano nella terza città più grande del Canada, circondato da cemento, traffico e cantieri. Eppure, nel 2022, un bioblitz organizzato dalla False Creek Friends Society e dall’Hakai Institute ha ribaltato ogni aspettativa: i ricercatori hanno censito più di 500 specie diverse. Non è un refuso. Dentro quell’acqua che a prima vista sembrerebbe buona solo per ospitare rifiuti galleggianti, sono stati trovati asparagi di mare, aironi azzurri maggiori, granchi gialli di riva, perche e cozze. Una roba che in certi tratti di costa mediterranea ce la sogniamo.
Ma com’è possibile che in piena Vancouver esista un simile scrigno di vita?
Un gioiello urbano in bilico
False Creek è esattamente questo: un braccio di mare salato incastonato tra i grattacieli di Vancouver. Non un lago artificiale, non un parco acquatico con i cigni a pedali, ma un pezzo di oceano vero che si insinua nella terza metropoli canadese. La scoperta del 2022 ha mostrato qualcosa che dovrebbe far riflettere: la biodiversità non ha bisogno di riserve naturali incontaminate per esplodere, a volte le basta un angolo dimenticato dove l’uomo non ha ancora messo mano fino in fondo. Qui il paradosso è servito su un piatto d’argento: una ricchezza biologica che farebbe invidia a molti santuari naturali convive con un’attività umana che di “santuario” non ha proprio nulla.
Perché False Creek non è un museo, è un posto vivo – e anche un posto dove si vive, si lavora, si transita. Il problema è come ci si transita. L’attività nautica in questa insenatura è un viavai continuo, una specie di porta girevole dove alcuni passano e altri restano, ma senza che nessuno si preoccupi troppo di stabilire chi può stare, per quanto tempo e a quali condizioni. Barche che arrivano, barche che se ne vanno, barche che restano lì ferme per mesi senza che nessuno controlli se perdono carburante, se scaricano in acqua quello che non dovrebbero, se disturbano la fauna che sta sotto la superficie.
Cosa significa per chi vive, lavora o semplicemente passa di qui? Significa che oggi quel patrimonio di oltre 500 specie è sostanzialmente in ostaggio del buonsenso dei singoli. E il buonsenso, si sa, è una risorsa rinnovabile ma intermittente. Non serve essere biologi marini per capire che se domani dieci barche decidono di gettare l’ancora sopra una colonia di cozze, le cozze non stanno lì a discutere di diritto marittimo: muoiono e basta. E con loro si impoverisce un pezzetto di quell’ecosistema che, contro ogni previsione, aveva trovato casa proprio lì, a due passi dai grattacieli.
Navigare a vista
Eppure, oggi l’attività delle imbarcazioni a False Creek è transitoria e non regolamentata. Non c’è un sistema di ormeggi definito, non ci sono limiti chiari alle zone di stazionamento, non c’è un’autorità che dica: qui si può stare, qui no, qui si sta per tre giorni e poi si libera il posto. È una terra – anzi, un’acqua – di nessuno, dove chiunque può piazzarsi e restarci finché gli pare. Il risultato è che la convivenza tra barche e biodiversità è affidata all’improvvisazione quotidiana.
Vale la pena porsi una domanda pratica, di quelle che piacciono a chi non si accontenta degli appelli generici alla tutela dell’ambiente: quanto costa, in termini concreti, non fare nulla? Se la mancanza di regole tiene lontani i diportisti più attenti e lascia campo libero a chi non ha scrupoli – o semplicemente non sa – il prezzo lo paga l’intera comunità. Lo pagano i pescatori che in quelle acque trovavano perche, lo pagano i cittadini che perdono un pezzo di natura accessibile senza dover prendere la macchina per andare chissà dove, lo pagano le generazioni future che si ritroveranno un’insenatura molto più somigliante al nome che porta: fasulla, ingannevole, vuota.
La domanda non è se False Creek debba diventare un’area protetta con tanto di sigilli e divieti. La domanda è più terra terra: ha senso continuare a navigare a vista, nel senso letterale del termine, quando basterebbero poche regole condivise per far convivere barche e biodiversità? Non servono crociate, serve un minimo di organizzazione. Stabilire dove si può sostare, per quanto tempo, con quali accortezze. Cose che in qualunque porto turistico del mondo sono normali, ma che qui sembrano fantascienza.
La prossima volta che ci si trova a solcare queste acque, forse non si guarderà più solo l’orizzonte, ma anche ciò che si nasconde sotto la superficie – e ci si chiederà: siamo ospiti o padroni? La differenza, in un posto come False Creek, si misura in oltre 500 modi diversi.




