La proposta dell’EPA posticipa di due anni gli standard più severi per veicoli leggeri e medi

Lunedì 6 luglio l’International Council on Clean Transportation (ICCT) ha depositato i propri commenti ufficiali sulla proposta di rinvio degli standard Tier 4 avanzata dall’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti. Nello stesso giorno, anche l’Environmental Protection Network (EPN) ha presentato osservazioni formali di segno opposto, bollando la proposta come fondata su affermazioni speculative piuttosto che su dati oggettivi. In ballo c’è una cifra di tutto rispetto: oltre 1,7 miliardi di dollari di risparmi dichiarati, che l’EPA aveva messo sul piatto già nel marzo 2025 per giustificare uno slittamento di due anni degli standard sulle emissioni per veicoli leggeri e medi. Un risparmio che però, stando a un’analisi legale, rischia di poggiare su fondamenta ben più fragili di quanto l’amministrazione lasci intendere.

Il paradosso del risparmio

La proposta dell’EPA, formalizzata nel marzo dell’anno scorso, rimanda le scadenze di conformità fino all’anno modello 2029. Secondo le stime dell’agenzia, riportate in un comunicato ufficiale, l’operazione consentirebbe di evitare costi per oltre 1,7 miliardi di dollari rispetto al calendario originario. Il numero, isolato, suona come un sollievo per i bilanci dei costruttori, ma regge solo se si accetta la premessa che gli standard attuali siano inarrivabili – ed è proprio qui che si addensano le critiche.

Nei commenti depositati il 6 luglio, l’Environmental Protection Network ha sostenuto che il rinvio viola principi fondamentali del Clean Air Act e ignora deliberatamente i dati di certificazione in possesso della stessa EPA. L’EPN accusa l’agenzia di essersi affidata ad affermazioni speculative, anziché a prove oggettive, per sostenere la retromarcia. ICCT, dal canto suo, ha messo in fila le incongruenze della proposta, pur senza rilasciare dichiarazioni pubbliche roboanti. Il messaggio che arriva dagli esperti è netto: il risparmio sbandierato dall’EPA non è un dato assodato, ma il risultato di assunzioni tutte da verificare. Per capire perché il ritardo sia così controverso, però, bisogna tornare alle regole che si vorrebbero posticipare.

Le radici del rinvio

Il 18 aprile 2024 l’EPA aveva pubblicato una norma finale che fissava standard più rigorosi per le emissioni di gas serra e di inquinanti atmosferici nocivi dai veicoli leggeri e medi a partire dall’anno modello 2027. In quell’atto, l’agenzia chiedeva una riduzione delle emissioni medie di anidride carbonica del 50 per cento per le auto leggere e del 44 per cento per i veicoli medi, entrambe rispetto agli standard dell’anno modello 2026. Tradotto in pratica, il percorso disegnato nel 2024 imponeva un’accelerazione tecnologica e di mercato che molti osservatori consideravano già ambiziosa ma raggiungibile.

La proposta di rinvio, avanzata un anno dopo, sposta di due anni il momento in cui i costruttori devono adeguarsi. Significa che i veicoli degli anni modello 2027 e 2028 continuerebbero a rispettare parametri meno stringenti, allontanando nel tempo la curva di riduzione delle emissioni. Come ha sottolineato Earthjustice, il rinvio riguarda proprio gli standard per gli inquinanti criteri di auto, camion e SUV nuovi. L’effetto combinato – meno rigore sui gas serra e sugli inquinanti locali – non è solo ambientale: segnala al mercato che la transizione può attendere, con ripercussioni sugli investimenti già programmati da molte case automobilistiche in tecnologie a emissioni ridotte.

Chi vince e chi perde

L’Environmental Protection Network non è stato l’unico a farsi sentire. L’ICCT, pur con la cautela che lo contraddistingue, ha depositato osservazioni tecniche che mettono in discussione le basi della proposta. Anche Earthjustice ha preso posizione, inquadrando il rinvio come un arretramento dannoso. Sul fronte opposto, diverse associazioni di categoria dell’industria automobilistica avevano da tempo lamentato l’irraggiungibilità degli standard dell’era Biden, e il differimento rappresenta per loro un risultato tangibile. La partita, però, non è solo uno scontro tra ambientalisti e produttori: è una prova di coerenza per l’amministrazione, che deve dimostrare di saper pesare costi e benefici senza piegarsi a pressioni che non reggono al vaglio dei dati.

I commenti depositati da EPN il 6 luglio insistono su un punto chiave: la proposta viola i principi del Clean Air Act perché non si fonda su informazioni oggettive. Se questa linea venisse accolta in sede di revisione finale, l’EPA potrebbe trovarsi a dover riscrivere o addirittura ritirare il rinvio. La domanda aperta è se l’amministrazione cederà alle pressioni di un’opposizione sempre più strutturata o manterrà la rotta, confidando che il risparmio da 1,7 miliardi di dollari basti a giustificare il passo indietro.

Da qui a settembre, quando l’EPA dovrà decidere se confermare il rinvio, il numero da tenere d’occhio non sarà soltanto quello dei miliardi di risparmio promessi, ma quanti altri gruppi di esperti si uniranno all’opposizione – e se quei 1,7 miliardi reggeranno al vaglio di dati che finora l’agenzia non ha mostrato. Per ora, la partita è appena iniziata.