La nuova definizione di caccia come tutela della biodiversità ha acceso lo scontro politico e ambientalista
Lo scorso 23 giugno, con 80 voti favorevoli, 56 contrari e 2 astenuti, il Senato ha approvato il nuovo disegno di legge sulla caccia. Il testo, come riporta Il Fatto Alimentare, ridefinisce l’attività venatoria: non più soltanto un prelievo faunistico, ma un’azione che «concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema». Un ribaltamento di prospettiva che ha immediatamente acceso le opposizioni e le principali associazioni ambientaliste. In quegli stessi giorni, Elly Schlein chiedeva il ritiro immediato del ddl, mentre sei grandi sigle — Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu BirdLife Italia e Wwf Italia — parlavano in una nota congiunta di una riforma che «rischia di trasformare i boschi in poligoni di tiro senza regole».
La biodiversità con il fucile
La definizione di caccia come strumento di biodiversità è il cuore del paradosso politico e culturale che il disegno di legge consegna al Paese. I partiti di maggioranza hanno votato compatti, trasformando quello che per anni è stato un terreno di scontro tra mondo venatorio e ambientalista in una cornice normativa completamente nuova. La reazione non si è fatta attendere: oltre alla richiesta di ritiro avanzata da Elly Schlein, le sei organizzazioni ambientaliste hanno parlato di deregolamentazione pericolosa, capace di moltiplicare i soggetti abilitati alla caccia e di allentare i controlli, proprio mentre la Commissione europea tiene l’Italia sotto osservazione per inadempienze che durano da quasi due anni e mezzo.
Dalla legge 157 al nuovo orizzonte venatorio
Per capire la portata del voto bisogna tornare al tessuto normativo che il ddl intende riscrivere. Il provvedimento, che riforma la legge 157 del 1992, ha cominciato il suo iter quasi un anno fa: il 3 luglio 2025, quando le commissioni Ambiente e Industria del Senato avviarono l’esame. Dopo mesi di lavori in sede referente, l’Aula ha iniziato la discussione lo scorso 17 giugno, con la relazione della senatrice Francesca Tubetti (Fratelli d’Italia), per arrivare al voto del 23 giugno in meno di una settimana. Una tempistica compressa che ha ulteriormente irritato le opposizioni, le quali denunciano una volontà di forzare i tempi parlamentari.
Sullo sfondo, la procedura di infrazione europea aperta da Bruxelles nel febbraio 2024. La Commissione ha riscontrato che la legislazione italiana sulla caccia non è conforme alla direttiva Uccelli e al regolamento Reach, che limita l’uso di pallini di piombo per proteggere gli uccelli acquatici e la salute umana. La riforma appena approvata non solo non corregge le criticità segnalate, ma aggiunge un principio — la caccia come tutela della biodiversità — che difficilmente potrà essere letto come un allineamento alle richieste europee. La distanza tra Palazzo Madama e Bruxelles, se possibile, si è allargata.
Il costo della sfida a Bruxelles
Se l’opposizione parlamentare non riuscirà a fermare il testo nel passaggio alla Camera, sarà la Commissione europea a dettare i tempi. La procedura di infrazione, ferma alle contestazioni iniziali, potrebbe ora accelerare: una volta ricevuta la notifica della nuova legge, Bruxelles potrebbe emettere un parere motivato, ultimo passo prima del ricorso alla Corte di giustizia europea. L’esperienza di altri Stati indica che le sanzioni, quando scattano, si contano in decine o centinaia di milioni di euro. Un conto che il governo sembra disposto a mettere in preventivo, se il segnale politico lanciato al mondo venatorio vale più di un eventuale salasso finanziario.
La partita, insomma, è appena cominciata. Il Senato ha scritto la cornice, la Camera dovrà decidere se confermarla. E Bruxelles, con la sua procedura aperta ormai da ventotto mesi, resta il convitato di pietra: un osservatore silenzioso che potrebbe trasformarsi in un giudice severo nel giro di pochi mesi.




