Nel parco del Pendjari la densità è triplicata in sei anni, ma fuori dai confini restano solo 354 esemplari
Provate a tenere insieme due cifre, una accanto all’altra. La prima è 354: è il numero stimato di leopardi sopravvissuti in tutta l’Africa occidentale, una popolazione talmente esigua da sembrare un refuso. La seconda è 2,08: è la densità di quegli stessi animali misurata nel Parco Nazionale del Pendjari, in Benin, triplicata rispetto al punto di partenza di sei anni prima, quando si attestava a 0,62 individui per 100 km². In una regione dove il declino sembrava inarrestabile, un singolo quadrante verde ha invertito la rotta. È una buona notizia. Ma è una notizia che, a guardarla da vicino, solleva molte più domande di quante risposte riesca a offrire.
Il paradosso del Pendjari
I numeri nudi raccontano un successo che ha pochi eguali, se letto nella cornice giusta. Tra il 2017 e il 2023, la densità dei leopardi nel Pendjari — un fazzoletto di savana di 6.445 km² incastonato nel Complesso transfrontaliero W-Arly-Pendjari, il più grande ecosistema ancora intatto dell’Africa occidentale — è cresciuta fino a superare la soglia dei due esemplari per 100 km². Può sembrare poco, ma per una sottospecie che altrove sta sparendo, quel punto virgola è un’inversione di tendenza.
Eppure, fuori dai confini del parco, il quadro resta impietoso. La stima totale continentale dei leopardi dell’Africa occidentale rimane inchiodata a 354 individui. Trecentocinquantaquattro. Un numero che rende il Pendjari un’eccezione fragilissima, quasi una scommessa contro la statistica. Il leopardo, in quanto specie, è classificato come Vulnerabile nella Lista Rossa della International Union for Conservation of Nature, ma in questa parte del continente la pressione antropica, la perdita di habitat e i conflitti armati hanno spinto la popolazione locale molto più in basso di quanto la categoria «Vulnerabile» lasci intuire. La domanda, a questo punto, è scontata: cosa ha permesso ai leopardi del Pendjari di muoversi in controtendenza?
L’ombra dell’accordo
La risposta va cercata in un atto firmato sei anni prima che quell’aumento di densità venisse misurato. Nel 2017 il governo del Benin e African Parks, organizzazione sudafricana specializzata nella gestione di aree protette in condizioni estreme, hanno siglato un accordo di gestione che ha di fatto trasformato il Pendjari in un laboratorio di conservazione ad alta intensità. Il parco, che fino a quel momento condivideva le croniche difficoltà delle riserve dell’Africa occidentale — bracconaggio, sottofinanziamento, assenza di controllo effettivo sul territorio — ha cominciato a ricevere investimenti, tecnologia e personale.
Il Pendjari non è un’isola qualunque. Fa parte del Complesso W-Arly-Pendjari, che si estende a cavallo tra Benin, Burkina Faso e Niger e che rappresenta l’ultimo rifugio per alcune popolazioni simbolo: elefanti e, soprattutto, i leoni dell’Africa occidentale, a loro volta in bilico verso l’estinzione. Dentro questo scrigno di biodiversità, il parco beninese è diventato il banco di prova di un’idea molto concreta: che con una governance professionale e risorse adeguate, l’emorragia di specie si possa almeno rallentare. I numeri sui leopardi dicono che, almeno in parte, l’idea ha funzionato.
Ma c’è un costo. E il costo, qui, non è solo economico. L’ingresso di African Parks ha coinciso con un irrigidimento della sorveglianza e con operazioni di contrasto al bracconaggio che hanno inevitabilmente generato attriti. Nel 2022, la tensione ha preso una forma brutale. Un attacco mirato ha colpito il Parco Nazionale W, parte dello stesso sistema di aree protette del Pendjari, uccidendo sette membri dello staff di African Parks e un soldato. Sette persone che lavoravano per mantenere in vita un ecosistema, ammazzate in un’imboscata che ha reso plastico il conflitto tra conservazione e instabilità regionale.
È qui che il racconto del successo si incrina. Il Pendjari ha guadagnato leopardi, ma il prezzo lo hanno pagato, con la vita, alcuni degli uomini che quella protezione la garantivano. L’accordo del 2017 ha funzionato come motore di un recupero faunistico innegabile, ma ha anche acceso un faro su un territorio dove lo Stato fatica a esercitare il monopolio della forza, e dove la presenza di attori esterni può diventare un bersaglio. La conservazione, quando si spinge fin dentro le zone di crisi, non è mai soltanto una questione di biologia.
E ora?
Eppure, nonostante l’attacco, qualcosa si muove anche fuori dai recinti della gestione tecnica. L’indice di coinvolgimento delle comunità locali, misurato attraverso il Community Conservation Index, ha raggiunto l’81% nel 2025. È un dato che segnala, più di tanti discorsi, la percezione che il parco non sia soltanto una fortezza per animali in via di estinzione, ma un asset che può generare benefici per chi vive ai suoi margini. La domanda, semmai, è se quei benefici siano sufficienti a blindare il consenso anche quando la pressione armata dovesse aumentare.
Il sorpasso dei leopardi nel Pendjari, insomma, è reale. Ma nasconde una verità scomoda che i numeri da soli non bastano a esorcizzare: senza affrontare la crisi di sicurezza che avvolge il Sahel e senza frenare la perdita di habitat che divora i corridoi ecologici tra un’area protetta e l’altra, i 354 individui censiti in tutta l’Africa occidentale potrebbero rivelarsi l’ultimo respiro di una specie condannata, non l’inizio di una ripresa. Il Pendjari è la prova che la curva si può invertire. Resta da capire se sia una prova isolata o l’embrione di un modello replicabile, in un contesto regionale che somiglia sempre più a un campo minato.




