Nella contea della Carolina del Nord, due terzi dei rifiuti in discarica sono recuperabili, ma solo l’11% dei residenti partecipa
Undici per cento. È la quota di residenti che ricicla nella contea di New Hanover, nella Carolina del Nord. Lo ha ricordato Joe Suleyman, direttore del Dipartimento Riciclo e Rifiuti Solidi della contea, lo scorso luglio durante il Plastic Free July: solo circa l’11% dei residenti partecipa al riciclo. Eppure, due terzi di ciò che ogni giorno finisce nella discarica della contea potrebbe essere recuperato. Un’inefficienza che ha una scadenza precisa: venticinque anni, il tempo di vita residua stimato per l’impianto che serve il territorio. Non è una questione di infrastrutture che mancano. È una questione di comportamenti che non si attivano, e di un conto economico — in termini di spazio, energia, materia — che continua a crescere.
Il 67% sprecato: il paradosso del riciclo
Il punto di partenza è un numero che da solo racconta lo scarto tra possibile e reale. Lo studio sulla caratterizzazione dei rifiuti della Carolina del Nord, pubblicato nel 2025 dal Dipartimento di Qualità Ambientale, ha calcolato che il 67% dei materiali conferiti in discarica avrebbe potuto essere riciclato o compostato. Non frazioni marginali, non nicchie: due terzi del volume complessivo. Già un rapporto dello stesso dipartimento, sempre nel 2025, indicava che più della metà dei rifiuti in discarica era riciclabile. La cifra aggiornata alza ulteriormente la posta.
Messo accanto al tasso di partecipazione — quell’11% misurato a livello locale — il paradosso è trasparente. La contea ha un potenziale di recupero enorme, ma lo sta utilizzando in minima parte. Non si tratta solo di una questione ambientale: ogni lattina di alluminio riciclata, ha spiegato Suleyman, fa risparmiare energia sufficiente ad alimentare un televisore per circa due ore. Moltiplicato per le migliaia di tonnellate che finiscono in discarica senza passare dal riciclo, il costo energetico implicito diventa rilevante. E la domanda che resta aperta è perché, con un’infrastruttura già operativa, la risposta dei residenti sia ancora così bassa.
L’impianto che vale 25.000 tonnellate
La risposta non sta nell’assenza di strutture. Dal luglio 2015 la contea di New Hanover ha attivato una partnership con Sonoco Recycling per gestire un impianto di recupero materiali — un Materials Recovery Facility, o MRF — che tratta circa 25.000 tonnellate di riciclabili all’anno. Il bacino servito non si limita alla contea: l’impianto processa i materiali raccolti anche nelle contee di Pender e Brunswick e nella città di Wilmington. Venticinquemila tonnellate all’anno che, secondo Suleyman, vengono sottratte al flusso dei rifiuti destinati alla discarica. Non è poco: è il volume che l’impianto è in grado di gestire con la partecipazione attuale.
Ma è proprio qui che il ragionamento si ribalta. La capacità tecnica esiste, l’efficienza operativa anche. Quello che manca è il flusso in ingresso: se l’11% dei residenti conferisce i propri rifiuti in modo differenziato, l’impianto sta lavorando molto al di sotto del suo potenziale reale. L’infrastruttura c’è, è operativa da oltre un decennio, eppure la contea non riesce a tradurla in un tasso di riciclo significativo. È il classico caso in cui il collo di bottiglia non è l’offerta — di capacità, di tecnologia — ma la domanda, intesa come adesione dei cittadini.
Nona in classifica, ma il timer corre
Nonostante l’impianto, New Hanover si colloca al nono posto nella classifica statale per riciclo pro capite, con 233,4 libbre a persona nell’anno fiscale 2024-25. Il dato, pubblicato dal DEQ della Carolina del Nord, fotografa una performance rispettabile ma lontana dall’eccellenza. E il contesto è quello di una discarica che, secondo le stime del Dipartimento Riciclo e Rifiuti Solidi della contea, ha circa 25 anni di capacità residua. Non una scadenza immediata, ma nemmeno rinviabile a tempo indeterminato: se i volumi conferiti restano quelli attuali — gonfiati da quel 67% di materiale che potrebbe non arrivarci mai — il calendario è già scritto.
Il numero da tenere d’occhio è proprio quel 233,4. Non perché sia drammatico in sé, ma perché rappresenta la fotografia di un equilibrio fragile: da un lato una capacità di trattamento che funziona, dall’altro un tasso di adesione che non cresce. Se la cifra pro capite non aumenta — e con essa la partecipazione complessiva — l’11% di oggi rischia di trasformarsi, fra venticinque anni, nel 100% di una discarica piena.




