Distruzione tessili invenduti: divieto Ue per le grandi aziende, medie imprese fino al 2030.

Hai presente il pacco che torna indietro perché la taglia non va? Per molti capi, quel viaggio di ritorno è l’inizio della fine: una parte non torna in vendita, non finisce in outlet, ma viene direttamente distrutta. Non è un’anomalia, ma un ingranaggio silenzioso. Già nel 2024, l’Agenzia europea dell’ambiente stimava che in Europa venga distrutto prima dell’uso il 4-9% di tutti i prodotti tessili immessi sul mercato, pari a 264.000-594.000 tonnellate di tessili ogni anno.

Cosa succede davvero quando restituisci un capo

In Europa, il tasso medio di reso per l’abbigliamento comprato online è stimato al 20%: un capo su cinque riparte da casa. Di questi, una quota compresa tra il 22 e il 43% — in media un terzo — finisce per essere distrutta. Per tradurre: se ordini cinque capi, in media uno torna indietro; di quelli che tornano, più di uno su cinque può finire al macero. E il problema non riguarda solo chi restituisce: la quota media di prodotti tessili invenduti individuata dalla ricerca è del 21%, in parte capi già restituiti.

Se i numeri sono questi, perché la distruzione è stata possibile fino a poco tempo fa? La risposta sta nel quadro normativo.

La stretta dell’Ue: dal caso Burberry al divieto di distruzione

Lo spreco quotidiano non è mai stato solo un incidente: per anni è stato anche una scelta aziendale. Già nell’estate del 2018, Burberry aveva distrutto vestiti, accessori e profumi invenduti per un valore di 28,6 milioni di sterline, dichiarando di farlo per proteggere il proprio marchio. Nel 2021, un’inchiesta di ITV News mostrava che Amazon distruggeva ogni anno milioni di articoli di scorte invendute, spesso nuovi e mai usati.

A questi precedenti ha risposto la regolamentazione europea. Il 5 dicembre 2023, il Consiglio dell’Unione europea e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo politico provvisorio sul regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR). I negoziatori hanno concordato di vietare specificamente la distruzione di abbigliamento, accessori di abbigliamento e calzature invenduti, due anni dopo l’entrata in vigore della legge (sei anni per le medie imprese).

Tradotto nel calendario: dallo scorso 19 luglio, le grandi aziende nell’Unione europea non possono più distruggere capi di abbigliamento, accessori di abbigliamento e calzature invenduti. Le medie imprese saranno soggette alle stesse regole dal 2030. Per chi compra da un grande marchio, il cambio è già in vigore; per chi compra da un’impresa media, la forbice di tempo è ancora aperta. La legge però non colpisce tutti nello stesso momento: il prossimo passo è capire chi deve adeguarsi adesso e chi ha più tempo.

Grandi, medie e piattaforme: il nuovo spartito

Chi è già dentro il divieto? Le grandi aziende, dallo scorso 19 luglio. Chi ha più tempo? Le medie imprese, che saranno soggette alle stesse regole solo dal 2030. In mezzo c’è il passato che il legislatore vuole chiudere: il caso Amazon documentato nel 2021, con milioni di articoli invenduti distrutti ogni anno, è diventato uno dei simboli della vecchia impostazione.

Accanto al vincolo normativo, si muove anche il mercato della seconda mano: Vestiaire Collective ha annunciato il divieto di una seconda ondata di marchi di fast fashion dalla sua piattaforma. È un segnale che la partita non si gioca solo sulle regole, ma anche sulla reputazione dei marchi. Non c’è una lista da memorizzare, ma una traccia: la partita si gioca sulla trasparenza dopo l’acquisto e il reso.

La prossima volta che restituisci un capo, la domanda non è solo “mi sta bene?” ma “cosa gli succederà?”. La legge ora obbliga le grandi aziende a non distruggerlo; per le medie arriverà nel 2030. Nel frattempo, premiare chi rende visibile il destino dell’invenduto è l’unica leva davvero nelle mani di chi compra.