Oltre 400 tonnellate di rifiuti pericolosi generati in quattro anni da un singolo impianto di pirolisi

La promessa tradita

A metà luglio, aprire la finestra a Zebulon, nella Carolina del Nord — 8.665 abitanti — significava sentire un odore acre che non avrebbe dovuto esserci. L’impianto della Braven Environmental, azienda con sede a New York, stava smontando le attrezzature e caricandole sui camion. Si chiudeva così una storia iniziata con l’ambizione di trasformare i rifiuti di plastica in nuova materia prima attraverso la pirolisi, ribattezzata dall’industria «riciclo avanzato». La realtà raccontata dai documenti è diversa: Braven ha accumulato decine di violazioni per la cattiva gestione di rifiuti pericolosi, attirando l’attenzione degli enti regolatori statali e federali.

L’impianto è stato trovato in significativa non conformità con le normative sulla gestione dei rifiuti pericolosi. L’inchiesta ha documentato come Braven abbia ingannato il pubblico sui rischi della sua operazione di pirolisi, potenzialmente mettendo in pericolo la salute umana e l’ambiente circostante. Non si tratta di dettagli tecnici marginali: tra il 2021 e il 2025, secondo i dati dell’EPA statunitense, Braven ha generato oltre 400 tonnellate di rifiuti pericolosi, poi spediti in almeno quattro Stati diversi per essere smaltiti. Invece di un’economia circolare della plastica, l’impianto ha prodotto un flusso costante di scarti tossici da spedire altrove.

Ma il caso Braven non è isolato.

Una tecnologia sotto accusa

La pirolisi — il processo che scalda i rifiuti plastici in assenza di ossigeno per produrre un olio riutilizzabile come materia prima — è da anni sotto i riflettori per i suoi effetti collaterali. L’olio di pirolisi è cancerogeno e presenta altri rischi per la salute, tra cui tossicità riproduttiva, tossicità acuta, mutagenicità per le cellule germinali e gravi danni oculari. Non è un incidente di percorso: è una caratteristica intrinseca del processo, documentata da organizzazioni come il Natural Resources Defense Council.

Eppure, i legislatori statunitensi stanno abbracciando questa tecnologia su larga scala. Il motore è una massiccia spinta lobbistica dell’American Chemistry Council e di altri gruppi petrolchimici. L’obiettivo è semplice: ottenere che il riciclo chimico venga regolamentato come processo di produzione anziché come gestione dei rifiuti, alleggerendo drasticamente i controlli ambientali.

I fallimenti si accumulano. A giugno, la chiusura dell’impianto di Freepoint Eco-Systems in Ohio è solo l’ultimo intoppo per una tecnologia promossa dall’industria come panacea per i rifiuti plastici misti che non possono essere riciclati meccanicamente. E già nel 2020, la stessa Braven aveva fallito un progetto in Virginia. Il copione si ripete: grandi annunci, sovvenzioni pubbliche, ricadute ambientali, chiusura.

Judith Enck, presidente di Beyond Plastics, sintetizza così il meccanismo: «L’industria continua a distrarre i decisori politici con questa falsa soluzione, impedendo allo stesso tempo di attuare l’unica strategia efficace: produrre meno plastica». Non è una questione ideologica: è una constatazione pratica. Se un impianto produce 400 tonnellate di rifiuti pericolosi in quattro anni, quale bilancio ambientale possiamo attribuirgli?

Lo sguardo avanti

La risposta potrebbe arrivare da Washington, ma non nella direzione che chi abita vicino a un impianto di pirolisi spererebbe. Già dallo scorso aprile, l’EPA sta valutando di riesumare una proposta della prima amministrazione Trump per eliminare le tutele del Clean Air Act per gli impianti di pirolisi. In pratica, si tratterebbe di togliere i controlli sull’inquinamento atmosferico per un settore che produce oli cancerogeni e rifiuti pericolosi.

Cosa significa per un cittadino italiano? Due cose concrete. La prima: l’Unione Europea osserva con attenzione l’evoluzione normativa americana, e le pressioni per allentare le regole sul riciclo chimico attraversano l’Atlantico con facilità, spinte dagli stessi gruppi industriali. La seconda: quando le etichette dei prodotti promettono «plastica riciclata chimicamente», dietro quella dicitura può nascondersi un processo che genera più scarti tossici di quanta plastica recuperi.

Conoscere i dati reali — 400 tonnellate di rifiuti pericolosi da un singolo impianto, rischi cancerogeni documentati, fallimenti industriali ripetuti — permette di fare scelte informate. E di tenere d’occhio le decisioni che contano. Perché la prossima finestra che si apre potrebbe essere la nostra.