La regola 42 impedisce l’adozione del regolamento interno dell’UNFCCC dal 1995

Hai mai provato a prendere una decisione in un condominio dove manca il regolamento sui quorum? Ogni assemblea diventa una partita a scacchi: basta un solo proprietario che alza la mano per bloccare tutto, e si finisce per non decidere nemmeno di ridipingere l’androne. Ora moltiplica quel condominio per 198 Paesi, ciascuno con interessi economici, politici ed energetici opposti, e hai una fotografia abbastanza fedele di come funzionano i negoziati ONU sul clima. Le decisioni vengono prese per consenso, non per voto: serve l’unanimità, o quantomeno l’assenza di obiezioni formali. E quando un solo Paese può dire no a nome di 135,
il risultato è quasi sempre un compromesso annacquato.

È il dubbio che in tanti si portano dietro dopo ogni COP: perché questi vertici sembrano non portare mai a scelte nette, lasciando cittadini e imprese nell’incertezza su incentivi, regole e scadenze? La risposta sta sepolta in una sala negoziale del 1995, e si chiama regola 42.

L’eterna attesa di una decisione

Chi segue il dibattito climatico conosce la frustrazione: annunci roboanti, dichiarazioni finali piene di buone intenzioni, e poi tutto resta come prima. Le aziende non sanno se investire in tecnologie pulite o aspettare che il quadro normativo si schiarisca. I cittadini rimandano l’acquisto dell’auto elettrica o la pompa di calore perché gli incentivi cambiano ogni sei mesi. La COP 30, con i suoi 66.130 partecipanti accreditati, ha prodotto pagine di documenti ma nessuna svolta operativa.

Non è un caso, e non dipende solo dalla cattiva volontà dei governi. C’è un ingranaggio procedurale che da trent’anni produce esattamente questo tipo di risultati. Ma qual è il meccanismo che blocca tutto?

La regola che blocca il mondo dal 1995

Immaginate un’assemblea di condominio dove il regolamento sui quorum non è mai stato approvato. Ogni volta che c’è da decidere, si procede a spanne: si cerca l’accordo di tutti, ma se qualcuno si impunta non esiste una procedura chiara per superare lo stallo. È esattamente quello che succede nell’UNFCCC, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che in trent’anni ha prodotto il Protocollo di Kyoto e l’Accordo di Parigi.

Già nel 1995, alla prima Conferenza delle Parti (COP1), i Paesi provarono ad adottare un regolamento interno. Si bloccarono su un punto specifico: la regola 42, quella che stabilisce le maggioranze per il voto sulle decisioni sostanziali. Il nodo? Quanti voti servono per approvare una decisione: maggioranza semplice, due terzi, tre quarti? Nessuno ha mai ceduto. E così, invece di adottare formalmente le regole, la COP1 decise di applicarle in via provvisoria — tutte tranne la famigerata regola 42. A distanza di trentun anni, il regolamento interno dell’UNFCCC è ancora lì, fermo alla bozza del 28 marzo 1995.

Il risultato è che le decisioni vengono prese per consenso, producendo risultati al minimo comune denominatore. Tradotto: ogni Paese ha un potere di veto di fatto. Il G77 più la Cina, un blocco di 135 Parti che rappresenta la maggioranza dei Paesi in via di sviluppo, può fermare qualsiasi proposta che non tenga conto dei propri interessi. E i Paesi industrializzati fanno lo stesso quando vengono toccati i loro.

C’è un precedente che racconta meglio di mille analisi quanto questo meccanismo sia fragile. Alla COP16 di Cancun, nel dicembre 2010, la Bolivia si oppose formalmente alle decisioni finali. Il presidente della conferenza scelse di ignorare l’obiezione e fece passare lo stesso i testi — una forzatura che risolse lo stallo immediato ma aprì un dibattito furioso sulla legittimità del processo. Se per sbloccare una decisione serve scavallare l’unico Paese che dice no, vuol dire che il sistema ha un problema strutturale.

Prendiamo l’Accordo di Parigi del 2015. Tra le sue disposizioni, l’Articolo 11 impegna i Paesi sviluppati a rafforzare il capacity-building nei Paesi in via di sviluppo. Un impegno encomiabile, ma volutamente vago: nessuna cifra, nessuna scadenza vincolante, nessun meccanismo di verifica. È il compromesso perfetto per un sistema che funziona per consenso: tutti possono dire di aver ottenuto qualcosa, nessuno è obbligato a fare davvero.

Il webinar dello scorso 30 giugno, organizzato proprio per spiegare questi meccanismi procedurali, ha ribadito che la regola 42 resta il principale punto di stallo. Decisioni deboli e lo spettro dell’immobilismo: e per noi, cosa cambia?

Cosa significa per te, cittadino (e per la tua azienda)

Passiamo dalla sala negoziale alla vita di tutti i giorni. Quando i governi escono da una COP con un accordo al ribasso, l’effetto domino arriva fino al tuo portafoglio. Gli incentivi per le ristrutturazioni edilizie, le detrazioni per le pompe di calore, i bonus per l’auto elettrica: tutto dipende da quanto ogni singolo Stato è disposto a mettere sul piatto. Se il quadro internazionale è debole, i governi nazionali hanno meno pressione ad agire in fretta, e le imprese rimandano gli investimenti in attesa di segnali più chiari. I piani climatici nazionali restano sulla carta, le norme vengono rinviate, e chi vorrebbe fare scelte di consumo più sostenibili si ritrova senza punti di riferimento stabili.

La prossima volta che senti parlare di un «accordo storico» uscito da una COP, ricordati della regola 42. Non aspettarti miracoli dai vertici ONU: le scelte che contano davvero sono quelle nazionali e locali. Ed è lì che, come cittadino, puoi spingere per ottenere regole chiare, incentivi stabili e una direzione che non cambi a ogni cambio di governo.