La proposta prevede una banca centrale per coniare monete verdi solo dopo la verifica della rimozione della CO₂
Nel 2025 i ritiri di crediti di carbonio sono calati del 7 per cento, mentre gli impegni climatici delle imprese crescevano del 227 per cento. È il paradosso fotografato dall’ultimo rapporto di Carbon Direct sulle tendenze del mercato volontario del carbonio. Due economisti della Bocconi, Max Croce e Nicolas Guiñez, hanno messo a fuoco il cortocircuito della fiducia che blocca gli acquisti: troppa carta, poca verifica. La loro ricetta, illustrata su Sustainable Views, rovescia la logica attuale — meno burocrazia e più tecnologia verde.
Il paradosso del 2025: più impegni, meno crediti
Il dato diffuso da Carbon Direct incrina l’idea che l’aumento delle dichiarazioni ambientali si traduca automaticamente in acquisti. Il 2025 è stato l’anno in cui le aziende hanno ritirato il 7 per cento in meno di crediti rispetto all’anno precedente, mentre gli annunci di impegno verso obiettivi net‑zero sono cresciuti del 227 per cento. Il mercato volontario del carbonio, che dovrebbe assorbire le emissioni difficili da abbattere, si è fermato. Che cosa frena le imprese dall’usare lo strumento che dicono di volere?
Ex ante o ex post? Il cuore del problema
La risposta sta nella natura dei crediti. Oggi il mercato volontario funziona in gran parte su stime ex ante: un progetto di riforestazione o di cattura diretta dell’aria promette una certa quantità di CO₂ assorbita e, su quella promessa, emette crediti che vengono venduti. La verifica di quanto realmente assorbito arriva dopo, se arriva. Come ha evidenziato un approfondimento dell’SDA Bocconi, questa asimmetria tra promessa e controllo espone il sistema a errori, abusi e a una crescente perdita di fiducia. Gli acquirenti dubitano che dietro ogni credito ci sia davvero una tonnellata di CO₂ rimossa; i finanziatori non investono in nuovi progetti di rimozione se non sono sicuri che qualcuno li pagherà dopo l’effettiva cattura.
La zecca verde: come funzionerebbe la Green Coin Central Bank
Per ricostruire la credibilità, Croce e Guiñez propongono di ribaltare l’ordine delle operazioni. Invece di emettere crediti sulla base di previsioni, si aspetta che la rimozione avvenga e venga misurata. Solo a quel punto si coniano le Green Coin, monete digitali che certificano una tonnellata di CO₂ effettivamente sottratta all’atmosfera. Il meccanismo poggerebbe su una Green Coin Central Bank, un’autorità che gestisce una blockchain trasparente su cui vengono registrati i progetti di rimozione. La verifica è decentralizzata: chi realizza un assorbimento può farlo certificare da validatori indipendenti e, se la certificazione è positiva, riceve Green Coin. La Banca centrale delle monete verdi avrebbe poi il compito di regolare il prezzo attraverso operazioni di mercato aperto, comprando o vendendo monete per mantenere il valore stabile e incentivare gli investimenti.
Un simile sistema, dettagliano i due autori in uno studio accademico pubblicato su SSRN, può generare guadagni di benessere netti rispetto all’attuale disegno dei mercati del carbonio. Il modello matematico mostra che l’allocazione di risorse nel sistema EU ETS e nei mercati volontari è lontana dal cosiddetto ottimo paretiano: si potrebbero ridurre le emissioni totali a costi più bassi se gli incentivi fossero allineati. Croce e Guiñez criticano un’impostazione di politica climatica che, a loro avviso, si concentra troppo sulla regolamentazione delle emissioni — limiti, vincoli, sanzioni — e troppo poco sulla creazione di meccanismi che premino attivamente la rimozione del carbonio e gli investimenti in tecnologie verdi.
Se il meccanismo delle Green Coin decollasse, cambierebbe la prospettiva per i progetti di rimozione ad alta durabilità. Secondo il rapporto di Carbon Direct, oltre l’80 per cento della capacità di rimozione oggi pianificata rischia di restare sulla carta perché mancano acquirenti disposti a impegnarsi prima che la rimozione sia stata realizzata. In un sistema a verifica ex post, invece, l’acquirente saprebbe esattamente cosa compra e il produttore avrebbe la certezza di essere pagato solo dopo avere consegnato la molecola mancante. Il dato da tenere d’occhio nei prossimi dodici mesi è quanti progetti di rimozione otterranno una verifica indipendente e se cominceranno a essere scambiati i primi lotti di monete verdi. Perché la teoria, per diventare mercato, ha bisogno di almeno un test nella realtà.




