L’80% dei terreni agricoli mondiali è destinato agli animali, che forniscono solo il 18% delle calorie globali

In vent’anni il pianeta ha aggiunto un continente di bestiame: +53 per cento di mammiferi e pollame allevati. Le emissioni, invece, sono cresciute del 22 per cento, nella direzione opposta a qualsiasi obiettivo climatico. Lo certifica l’ultimo rapporto S3F pubblicato lo scorso 2 luglio dalla coalizione Stop Financing Factory Farming. Mentre i governi firmavano impegni per ridurre i gas serra, il settore zootecnico accelerava. E i numeri, ora, non lasciano spazio a dubbi.

Un pianeta in più, un clima in meno

Il dato più crudo è l’aumento del 53% dei mammiferi e del pollame allevati nel mondo, documentato anche dal Guardian lo scorso 2 luglio. Una crescita che si è accompagnata a un’esplosione delle emissioni: +22% dal 2001 al 2023, sempre secondo i calcoli della FAO rielaborati nel rapporto. «Le emissioni di gas serra stanno andando drammaticamente nella direzione sbagliata», sintetizzano gli autori. Nonostante lo sviluppo di tecnologie più efficienti, la pressione sul clima non si è attenuata. Anzi.

E non c’è solo l’anidride carbonica. Ogni anno spariscono circa quattro milioni di ettari di foresta, in gran parte per fare spazio a pascoli e colture destinate agli animali. L’agricoltura da sola è responsabile del 70-80 per cento della deforestazione tropicale. Un doppio colpo: meno alberi per assorbire CO₂, più animali che la emettono.

La doppia partita della FAO

Già nel 2006, con Livestock’s Long Shadow, la FAO dava l’allarme: il bestiame incideva per il 18% delle emissioni antropogeniche. Era la prima volta che un’istituzione mondiale metteva in fila i numeri e li rendeva pubblici. Sette anni dopo, nel 2013, la stima veniva rivista al 14,5 per cento, proprio mentre la produzione di carne, latte e uova continuava a correre. Una correzione contestata da ricercatori e attivisti, che la considerarono un passo indietro politico, più che una revisione scientifica.

Oggi la sensazione è che dentro l’organizzazione delle Nazioni Unite soffi un vento a favore del comparto. Lo scorso marzo, il rapporto Dangerous Distractions – firmato da Sinergia Animal e Compassion in World Farming – ha messo nero su bianco un “pregiudizio a favore del settore” zootecnico in seno alla FAO. Secondo gli autori, alcuni dipartimenti dell’agenzia avrebbero sistematicamente minimizzato l’impatto climatico degli allevamenti. L’accusa è pesante, e arriva mentre l’OCSE e la stessa FAO pubblicano proiezioni che fanno discutere.

A luglio 2025 le previsioni dell’Agricultural Outlook 2025-2034 di OCSE e FAO indicavano un incremento del 17% nella produzione di carne, latticini e uova entro il 2034, trascinando con sé un aumento del 6% delle emissioni agricole. Un trend che, a un anno di distanza, non mostra segni di rallentamento. In un decennio che dovrebbe essere quello della decarbonizzazione, il settore zootecnico è programmato per espandersi. E la FAO, da regolatore della sostenibilità, rischia di apparire come il notaio di una corsa che premia pochi grandi produttori e lascia indietro tutti gli altri.

Se il conto lo pagano foreste e calorie

Alla fine la partita non si gioca tra lobby e burocrati, ma sulla pelle di chi perde foreste, calorie e biodiversità. I numeri lo dicono con spietata chiarezza: gli animali occupano l’80% dei terreni agricoli del pianeta e restituiscono appena il 18% delle calorie globali e il 37% delle proteine. Un’enorme inefficienza che si paga con la deforestazione, un consumo d’acqua fuori scala e l’uso di pesticidi, raddoppiato dal 1990 a oggi.

Ogni anno scompaiono milioni di ettari di vegetazione, spesso nei tropici, per alimentare una domanda crescente di carne che proviene in gran parte dai Paesi ricchi o dai ceti medi emergenti. Intanto, le comunità che vivono di agricoltura di sussistenza vedono ridursi gli spazi, mentre le monocolture di soia e mais per i mangimi si allargano a discapito della sovranità alimentare. Un sistema che usa l’80% dei terreni per il 18% delle calorie è un lusso che non possiamo più permetterci. Ma chi lo fermerà?