Piano Bangladesh-Giappone: 72.957 acri e 776.000 sfollati, con 20.000 già rimossi nella Fase I.
Quando accendi l’interruttore, sul display compare un consumo in kWh. Nello stesso momento, a Matarbari, qualcun altro vede comparire un’altra cifra: 37.000 ettari e 770.000 residenti da spostare. È il costo sociale del progetto di sviluppo integrato Maheshkhali-Matarbari, il MIDI, raccontato da un’inchiesta di Mongabay pubblicata a luglio: il grande corridoio economico tra Bangladesh e Giappone che promette logistica, energia e industria ha un conto umano che nessuna bolletta mostra.
I numeri, d’altronde, non sono nuovi. Già nel febbraio 2024 il progetto richiedeva circa 37.000 ettari di terreno lungo le aree costiere di Maheshkhali e Matarbari, con la possibile espulsione di più di 770.000 residenti. Non è una cifra astratta: è il prezzo che sta dietro all’energia che consumi. Ma 37.000 ettari sono solo il biglietto da visita: cosa dice davvero il piano maestro?
La macchina JICA
Quei 37.000 ettari non sono una stima isolata: sono il punto di partenza di un piano che la stessa JICA, l’Agenzia giapponese per la cooperazione internazionale, classifica come probabile impatto negativo significativo. Nei documenti ufficiali, la categorizzazione ambientale e sociale del progetto MIDI Master Plan riconosce che è «probabile che abbia un impatto negativo significativo». La categoria A non è una formalità burocratica: è l’ammissione scritta, nero su bianco, che qualcuno da qualche parte pagherà un prezzo alto.
Il progetto MIDI è stato concepito già nel 2014 come iniziativa congiunta di Bangladesh e Giappone per trasformare circa 20.400 acri di terra nella regione Moheshkhali-Matarbari in un corridoio economico strategico che integra logistica, energia e sviluppo industriale, secondo quanto ricostruito da il Daily Star di Dacca. Fin dal 2010, secondo le linee guida JICA per considerazioni ambientali e sociali, il MIDI Master Plan rientra nel settore dello sviluppo industriale e portuale: un’area sensibile, con la probabilità di un impatto negativo significativo per le sue caratteristiche. In altre parole, chi finanziava sapeva fin dall’inizio che cosa avrebbe comportato.
E i numeri confermano la previsione. Secondo un’analisi di Gas Outlook, il piano maestro richiede 72.957 acri di terra e potrebbe sfollare 776.000 persone; la sola Fase I, con la centrale a carbone da 1.200 MW, ha già sradicato 20.000 residenti. Già nel settembre 2020, secondo ActionAid, la centrale a carbone, la banchina per il carbone e il porto in acque profonde avevano colpito circa 90.000 persone a Matarbari. La progressione è questa: prima la classificazione, poi l’impatto sul campo, infine la conta di chi non c’è più.
Se il progetto è strutturalmente ad alto impatto, cosa resta a chi vive sull’isola?
Il paradosso dell’isola che sparisce
Se il piano è strutturale, l’effetto non è solo sulla carta. Secondo un’indagine di The Climate Watch, 12.951 acri di terreno sono destinati all’acquisizione per il progetto MIDI, mettendo a rischio di sfratto circa 116.000 persone: di fatto l’intera popolazione dell’isola di Matarbari.
E qui sta il paradosso. Un corridoio economico nato per creare sviluppo finisce per generare profughi. Ad aprile 2026, circa 250 Rohingya e bengalesi, inclusi bambini, risultano dispersi dopo il capovolgimento della loro imbarcazione nel Mare delle Andamane, secondo le agenzie ONU per i rifugiati e le migrazioni. Non è un episodio isolato: già nel 2015, più di 25.000 persone dal Bangladesh e dal Myanmar hanno attraversato il Golfo del Bengala per cercare fortuna in Malesia nella prima metà dell’anno, secondo i dati raccolti dall’UNHCR.
Il corridoio economico che doveva creare lavoro e infrastrutture sta, nei fatti, svuotando l’isola. La migrazione non è un effetto collaterale: è il risultato prevedibile di un piano che la stessa JICA ha etichettato come categoria A, con la probabilità di un impatto negativo significativo. Non serve essere contro le infrastrutture per leggere questi documenti e fare una domanda semplice: se l’obiettivo era lo sviluppo, perché la prima cosa che genera è migrazione?
Davanti al prossimo interruttore, quale numero scegli di vedere? Nessuno di noi può spegnere la centrale di Matarbari, ma possiamo leggere i documenti JICA e chiedere trasparenza al nostro fornitore di energia. La categoria A è un semaforo rosso, non un dettaglio tecnico.




