Il differenziale tra costo dell’elettricità e del gas rende la tecnologia più efficiente economicamente svantaggiosa per i consumatori
Un coefficiente di prestazione (COP) medio stagionale pari a 4 significa questo: per ogni kWh di energia elettrica assorbito, la macchina riversa nell’impianto 4 kWh termici. La caldaia a condensazione più nobile si ferma a 0,98. Eppure il mercato non premia l’efficienza. In Italia, Germania e Regno Unito la quota di installato annuo langue, e la ragione non sta nella termodinamica del ciclo a compressione di vapore, ma in un’anomalia di prezzo che trasforma un vantaggio tecnico moltiplicativo in un costo operativo netto superiore. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, le pompe di calore più efficienti sono da tre a cinque volte più efficienti di una caldaia a gas.
Il confronto fra fluidi, però, non avviene in laboratorio: avviene dentro la bolletta.
In Italia, nel corso del 2024, il rapporto fra il prezzo dell’elettricità e quello del gas per uso domestico era circa 2,7. Con un COP di 4, ogni kWh termico prodotto dalla pompa di calore costava il 48% in più di un kWh termico prodotto bruciando metano. I dati sul rapporto prezzo elettricità/gas in Italia nel 2024 spiegano perché la quota di pompe di calore fra i nuovi generatori si sia fermata attorno al 25 per cento, un valore dimezzato rispetto ai target di decarbonizzazione residenziale. Non è mancanza di prodotto né di incentivi: è aritmetica elementare.
Il paradosso del differenziale tariffario
La dinamica è ancora più marcata in Germania, dove il differenziale elettricità-gas toccava quota 3,4, e la quota di mercato tedesca delle pompe di calore è rimasta poco sotto il 30%. Nel Regno Unito il rapporto è schizzato a quasi 4: l’elettricità come vettore termico costava quattro volte il gas, e la penetrazione è collassata a circa il 5% – una percentuale che racconta un fallimento di politica industriale, non una diffidenza dei consumatori. A Londra, il costo livellato del calore (LCOH) di una pompa aria-acqua si aggirava attorno ai 120 dollari per MWh; quello di una caldaia a gas, circa 85 dollari per MWh, al netto degli incentivi. Un delta di 35 dollari che nessun installatore può colmare a parole. Il dato proviene da un’analisi sul costo livellato a Londra nel 2024.
La pompa di calore non ha un problema di COP: ha un problema di spark spread, esattamente come una centrale a gas. Se il rapporto elettricità/gas supera la soglia di indifferenza data dal COP medio, la macchina più efficiente perde soldi a ogni ciclo di accensione.
Il cortocircuito regolatorio è evidente. Mentre i governi stanziano sussidi all’acquisto, i regolatori mantengono oneri e imposte sull’energia elettrica che moltiplicano il costo del kWh proprio per i clienti che dovrebbero elettrificare i consumi. Non è un paradosso: è un conflitto fra obiettivi di decarbonizzazione e struttura fiscale dell’energia, mai risolto. I due segnali di prezzo si elidono a vicenda, e la caldaia a gas, tecnologia matura e a basso investimento iniziale, resta l’opzione di default.
La macchina costa meno dell’installazione
C’è un secondo muro, altrettanto solido: il costo chiavi in mano. Nel 2025, il prezzo delle unità aria-acqua più vendute in Europa variava in una forbice ampia, certificata dai prezzi delle pompe aria-acqua europee compresa tra 200 e 900 dollari per kW. In Cina, la stessa taglia di macchina viaggiava fra 50 e 250 dollari per kW: un differenziale con i prezzi cinesi delle pompe aria-acqua che per prodotti comparabili può raggiungere il 60%, come mostrano. Ma la vera distorsione è un’altra: in Europa e negli Stati Uniti, l’installazione può costare più dell’apparecchiatura stessa. Progettazione idraulica, adeguamento della distribuzione a bassa temperatura, sostituzione dei radiatori o passaggio a pannelli radianti, allacciamento elettrico con eventuale aumento di potenza contrattuale: voci che ribaltano il centro di gravità del costo dal componente al sistema.
L’ingegneria della transizione termica, insomma, non è più una questione di sviluppo della pompa. Il compressore scroll, lo scambiatore a piastre, la valvola di espansione elettronica e il controllo inverter sono pezzi industriali largamente disponibili, con curve di efficienza stagionale ormai piatte. Il nodo è l’integrazione nell’involucro edilizio esistente, la riduzione del costo di posa e il riallineamento del segnale di prezzo fra vettori energetici. Senza queste leve, anche un COP 5 resta un numero su una scheda tecnica.
La vera partita si gioca sulla bolletta, non sul circuito frigorifero
L’urgenza arriva anche dal lato della generazione elettrica. Negli Stati Uniti, l’espansione della capacità a gas naturale ha aggiunto 6.289 MW tra metà 2025 e metà 2026, un dato emerso da i dati EIA sulla capacità a gas negli USA. Le nuove turbine, però, entrano in servizio con anni di ritardo: un backlog produttivo accumulato dalle turbine a gas in portafoglio ordini sta rallentando la modernizzazione della rete, proprio mentre il solare e l’accumulo distribuito cambiano la morfologia dei carichi. Se la generazione termoelettrica resta indispensabile per coprire i picchi invernali, il suo costo marginale – e quindi il prezzo orario dell’elettricità – continuerà a incorporare il costo del metano e della CO₂, mantenendo alto il differenziale con il gas per uso diretto.
Rompere questo circolo significa ridisegnare la tariffa elettrica per il riscaldamento: spostare oneri di sistema dalla componente energia a una quota fissa, differenziare le accise per usi termici, oppure introdurre un prezzo dinamico che rifletta le ore di surplus rinnovabile. La tecnologia della pompa di calore è pronta da un decennio. La sfida, oggi, si chiama ingegneria tariffaria. Finché il kWh elettrico costerà fino a quattro volte il kWh termico del gas, la convenienza operativa resterà un miraggio – e con essa la decarbonizzazione dei 28 milioni di caldaie ancora attive in Europa.




