Il Bureau of Ocean Energy Management ha rilanciato l’idea di convertire le strutture offshore dismesse, tra costi tecnici e obblighi

Quando un servizio basato su satelliti promette copertura “entro breve” e poi slitta, raramente si pensa che il problema sia a terra: non ci sono abbastanza rampe di lancio. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno effettuato oltre 180 lanci dal proprio suolo, ma per stare dietro alla domanda prevista serve un cambio di marcia. A luglio, il Bureau of Ocean Energy Management (BOEM) ha rilanciato un’idea già vista: usare piattaforme petrolifere e del gas abbandonate come rampe di lancio per razzi, zone di rientro e stazioni di recupero.

La fila che non vedi

Il collo di bottiglia non è nell’orbita, ma nel tratto che va dall’hangar alla rampa. Secondo la Commercial Space Federation, il volume di satelliti e payload in attesa di raggiungere lo spazio supererà presto le infrastrutture di lancio esistenti. I numeri spiegano perché: con oltre 180 lanci dal suolo statunitense nel 2025, la capacità dei siti esistenti è già messa a dura prova da licenze, strutture e processi governativi a terra, come riportato da un rapporto della Commercial Space Federation.

E la pressione è destinata a crescere. Secondo lo stesso rapporto, entro la metà degli anni 2030 potrebbero servire fino a 7.000 lanci all’anno. Tradotto: la fila di payload in attesa rischia di allungarsi oltre ogni previsione, a meno che non si costruiscano nuove rampe. L’iniziativa del BOEM segue l’ordine esecutivo firmato da Trump nel dicembre 2025, “Ensuring American Space Superiority”, pensato per accelerare la crescita privata e rimuovere i colli di bottiglia normativi.

La seconda vita delle piattaforme

Come si trasforma una piattaforma petrolifera in una rampa di lancio? La domanda è legittima, e il passato offre una risposta sorprendente. Nell’ottobre 1999 un consorzio guidato da Boeing lanciò satelliti dalla Ocean Odyssey, una piattaforma di perforazione semi-sommergibile convertita, la prima piattaforma di lancio galleggiante equatoriale al mondo. Quella che era nata per estrarre petrolio divenne, per un periodo, un’infrastruttura spaziale a tutti gli effetti. L’esempio dell’Ocean Odyssey, costruita da Sea Launch, resta ancora oggi la dimostrazione più citata di che cosa significhi convertire una piattaforma energetica in una piattaforma di lancio.

Eppure, se il precedente ha funzionato, il passaggio su larga scala non è mai decollato. SpaceX ha abbandonato gli sforzi per convertire due piattaforme petrolifere in piattaforme di lancio per Starship, un dietrofront che rivela quanto i costi e le complessità tecniche siano reali. Sul fronte opposto, le compagnie petrolifere sono frenate da un obbligo legale: secondo le normative federali vigenti, devono smantellare e rimuovere completamente le piattaforme dismesse una volta che un pozzo si esaurisce. Un processo altamente tecnico e costoso, che oggi non lascia spazio alla riconversione. Se l’idea ha già funzionato, insomma, le contraddizioni non mancano: la gara per lo spazio in mare è già partita, e non solo negli Stati Uniti.

Chi arriva prima in alto mare

Dall’altra parte dell’oceano, SpaceX non ha mai smesso di guardare al largo. Già nel febbraio 2023, Gwynne Shotwell prevedeva di utilizzare piattaforme offshore per supportare un ritmo di lancio di decine o centinaia di voli al giorno. La capacità di lancio, in altre parole, è il vero collo di bottiglia della nuova economia spaziale: le piattaforme offshore non sono fantascienza, ma una carta concreta che gli Stati Uniti possono giocare. Nei prossimi mesi vale la pena seguire le decisioni del BOEM: se arriveranno regole chiare, i tempi di attesa per i servizi satellitari potrebbero accorciarsi.