Un programma di pescatori volontari a Capo Verde ha documentato oltre 139.000 pattugliamenti in quasi dieci anni
Il divario tra le reti del nonno e quelle del nipote non è un’anomalia: è una tendenza misurabile. Un’indagine condotta tra i pescatori di Maio e pubblicata alla fine del 2024 ha messo in fila i ricordi di tre generazioni. Nel loro giorno di pesca migliore, gli anziani hanno ricordato un pescato massimo mediano di 200 chili; i pescatori di mezza età, 75 chili; i più giovani, appena 52. In mezzo secolo, la produttività del mare attorno a Capo Verde si è ridotta di tre quarti. E ogni generazione, inconsapevolmente, ha ricalibrato le proprie aspettative su ciò che considera “normale”.
Il pescatore e la memoria del mare
Questo fenomeno ha un nome: si chiama “shifting baselines”, lo spostamento delle linee di base. In pratica, ogni nuova generazione di pescatori prende come riferimento lo stato del mare che ha conosciuto da ragazzo, dimenticando quanto fosse più ricco per i propri genitori o nonni. È un meccanismo psicologico insidioso, perché rende il declino invisibile a chi lo vive giorno per giorno. A Maio, i numeri raccontano una perdita reale: da 200 chili a 50 in una sola vita lavorativa. Non serve essere biologi marini per capire che a questo ritmo, tra vent’anni, le reti resteranno vuote.
La causa non è misteriosa. La pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata — tecnicamente IUU, dall’inglese illegal, unreported and unregulated — opera al largo delle coste africane con una intensità che le flotte locali, spesso artigianali, non possono contrastare. E quando i pescherecci industriali saccheggiano le acque, i primi a pagare il conto sono proprio i piccoli pescatori. Quelli che, fino a dieci anni fa, a Maio potevano solo guardare il mare svuotarsi.
Guardiani con la canna da pesca
Nel 2016, invece di arrendersi, un gruppo iniziale di 20 pescatori dell’isola ha deciso di passare all’azione. Con il supporto della Fundação Maio Biodiversidade, è nato il programma Guardiani del Mare: pescatori volontari che, mentre sono in mare per il loro lavoro quotidiano, tengono gli occhi aperti e segnalano attività sospette, avvistamenti di specie protette e infrazioni. Nessuna divisa, nessuna autorità speciale: solo la conoscenza del territorio e la volontà di difenderlo.
A distanza di dieci anni, i numeri danno ragione a quella scommessa. Oggi i guardiani sono 190, distribuiti su sette delle dieci isole dell’arcipelago. Nel 2024 il programma si è espanso a São Antão, l’isola più settentrionale, con 30 nuovi volontari. L’isola di Maio, nel frattempo, è stata designata come Riserva della Biosfera UNESCO nel 2020, un riconoscimento che ha rafforzato la protezione formale di un ambiente che i pescatori già difendevano nei fatti.
I dati raccolti in quasi dieci anni di attività sono notevoli per un programma dal basso, senza budget milionari né tecnologia sofisticata. Secondo Thais Macedo, coordinatrice del programma per la Maio Biodiversity Foundation, tra il 2016 e il 2025 i pescatori di Maio hanno effettuato 139.181 pattugliamenti, registrato 2.338 avvistamenti di megafauna marina — tartarughe, delfini, balene — e documentato 513 casi di attività illecite nelle acque attorno all’isola. Sono numeri che parlano di costanza: centinaia di uscite a settimana, anno dopo anno, con l’attenzione di chi il mare lo conosce palmo a palmo.
Non si tratta solo di fare la guardia. Il programma ha creato un legame diverso tra i pescatori e il loro ambiente di lavoro: non più solo una risorsa da cui prendere, ma un patrimonio da gestire. E i risultati iniziano a vedersi anche nelle reti: dove il controllo è più efficace, le specie ittiche cominciano a dare segnali di ripresa. Non siamo ancora ai 200 chili del nonno, ma la direzione è quella giusta.
Il conto della pesca fantasma
I guardiani di Maio sono una goccia nell’oceano della pesca illegale globale? Forse sì. Secondo la FAO, la pesca IUU è responsabile di catture annuali fino a 26 milioni di tonnellate di pesce, per un valore che può raggiungere i 23 miliardi di dollari. Numeri che fanno impallidire qualsiasi iniziativa locale. Ma se quella goccia si moltiplica — e ci sono già segnali concreti in questa direzione, dalle Filippine con il programma Bantay Dagat al progetto Del Carmen in Messico — il quadro cambia. Capo Verde, con il suo arcipelago di pescatori-guardiani, sta facendo da apripista.
Non serve vivere a Capo Verde per scegliere da che parte stare. Quando compri il pesce, puoi chiedere se viene da una filiera certificata. Quando leggi di progetti locali di monitoraggio e protezione marina, ricordati che funzionano: i numeri di Maio lo dimostrano. I guardiani di quell’isola ci hanno messo dieci anni a costruire un modello che oggi altri paesi guardano con interesse. Hanno dimostrato che proteggere il mare non è un lusso per ambientalisti con la coscienza pulita: è la scelta più pratica che una comunità di pescatori possa fare per garantirsi un futuro.




