Oltre 20.200 nibbi beccogiallo documentati in una singola stagione di commercio in Benin

Febbraio 2024: visitando sette mercati di feticci in Benin, il ricercatore Abiola Chaffra conta quasi duemila nibbi beccogiallo in vendita, alcuni vivi, altri già macellati o ridotti a singole parti anatomiche. Non è un’esplosione demografica della specie. È un meccanismo di sostituzione economica che fotografa un circuito di domanda e offerta arrivato a un punto di rottura: più gli avvoltoi cappuccio scompaiono dai cieli dell’Africa occidentale, più i nibbi entrano nel commercio di amuleti e ingredienti rituali. E il fenomeno non è isolato.

Già lo scorso marzo, su queste pagine, uno studio condotto in Benin documentava il collasso locale degli avvoltoi cappuccio: in soli quattro mesi i ricercatori avevano contato 522 uccelli in vendita, mentre la popolazione della specie, a livello continentale, è crollata di circa l’80% nel corso delle ultime tre generazioni. L’ipotesi che prese forma in quel lavoro era lineare — la pressione della caccia per usi tradizionali stava spingendo il Necrosyrtes monachus verso l’estinzione commerciale in ampie porzioni del suo areale. Ora il conteggio di Chaffra mostra che l’onda d’urto si è già propagata al taxon più prossimo, Milvus aegyptius, il nibbio beccogiallo, senza che quasi nessuno se ne accorgesse.

La sostituzione funzionale: dal becco al mercato

Il meccanismo è implacabile nella sua semplicità. Quando una specie che alimenta un mercato radicato nella superstizione diventa troppo rara, i costi di ricerca e cattura salgono al punto da rendere conveniente un sostituto morfologicamente affine. Chaffra lo spiega senza giri di parole: «La domanda di avvoltoi è così alta che la specie sta diventano rara, e i nibbi beccogiallo sono usati come sostituti». Non è una scelta culturale consapevole: il mercato dei feticci in Africa occidentale utilizza teste, artigli e piume di rapaci in pratiche rituali e nella medicina tradizionale, e la silhouette di un nibbio offre una rassomiglianza sufficiente a soddisfare la simbologia richiesta.

A confermare che non si tratta di un aggiustamento temporaneo è Ralph Buij, del Peregrine Fund, che mette in fila i dati con la precisione di chi segue il fenomeno da anni: i nibbi «sono pesantemente sfruttati come bersaglio per l’uso basato su credenze e servono sempre più come sostituti commerciali per popolazioni di avvoltoi in rapido collasso». Soprattutto, aggiunge, «il commercio non sembra aver rallentato, anzi, sembra aver accelerato». È un’affermazione che ribalta l’idea rassicurante secondo cui la rarefazione della risorsa porti naturalmente a una contrazione del mercato. Qui accade l’opposto: il bacino di prelievo si allarga a specie finora marginali, e il volume d’affari resta stabile o cresce.

Il dato di febbraio 2024 — 2.000 esemplari conteggiati in sette mercati in una singola missione di monitoraggio — non va letto perciò come un picco eccezionale. È un campione di quella che probabilmente è la nuova normalità per il nibbio beccogiallo in tutta l’area che va dal Benin alla Nigeria. E se le cifre appaiono sottostimate, è perché la filiera si nasconde in canali sempre più opachi, mentre i rapaci più grandi e riconoscibili, gli avvoltoi appunto, sono già stati spazzati via in modo talmente radicale che anche un bracconiere occasionale fatica a trovarli.

Il buco nella scheda IUCN: 20.000 uccelli fantasma

Proprio qui si apre una lacuna metodologica che pesa come un macigno sulle decisioni di conservazione. La valutazione IUCN Red List per il nibbio beccogiallo risale al 2021 e, osserva la ricerca attuale, non ha incorporato la minaccia dell’uso basato su credenze. Non perché il tema fosse ignoto — già allora c’erano segnali di commercio transfrontaliero — ma perché il dato quantitativo necessario a innescare un cambio di categoria non era disponibile o non venne giudicato sufficientemente robusto. Ora quel dato esiste: oltre 20.200 nibbi beccogiallo documentati in una singola stagione di commercio, una cifra che qualsiasi modellista di popolazioni guarderebbe con allarme, ma che non è mai entrata nel algoritmo decisionale dello status di conservazione.

È un paradosso che merita di essere smontato. Da un lato abbiamo un rapace classificato finora come “Least Concern” — a rischio minimo — in virtù di un areale vasto e di popolazioni considerate complessivamente stabili. Dall’altro abbiamo un prelievo annuale che, concentrato in aree specifiche, potrebbe superare la capacità di riproduzione locale, innescando estinzioni regionali a catena. La metodologia IUCN, per come è storicamente costruita, tende a rilevare declini globali già consolidati, non a intercettare pressioni emergenti che si spostano da una specie all’altra seguendo la domanda di un singolo mercato. Il risultato è che il nibbio beccogiallo potrebbe attraversare la soglia del declino critico senza che alcun allarme scatti, esattamente come è già successo per l’avvoltoio cappuccio.

La questione dei 20.200 uccelli a stagione è cruciale anche per un altro motivo: se il dato non viene incorporato nella prossima revisione della Red List, tutti gli strumenti normativi che dalla Lista discendono — quote di commercio, inclusione in appendici CITES, finanziamenti per piani d’azione nazionali — resteranno tarati su uno scenario che non esiste più. È un difetto di retroazione tra scienza e policy che in biologia della conservazione si conosce bene, ma che qui troverebbe una manifestazione particolarmente dannosa perché legata a un vettore di estinzione — il commercio per credenze — che non risponde a logiche economiche classiche e non si placa con la semplice sostituzione della merce.

Sul campo: la nuova frontiera del monitoraggio

Per chi opera sul terreno, la lezione è chiara e non concede scorciatoie. Monitorare una specie alla volta, con valutazioni di status aggiornate ogni cinque o dieci anni, non basta più quando il mercato si comporta come un predatore generalista, capace di cambiare bersaglio nel giro di poche stagioni. L’indicatore da tenere d’occhio non è solo lo stock di nibbi o di avvoltoi: è la pressione aggregata sul comparto dei rapaci utilizzati per feticci, un parametro che richiede indagini integrate tra ecologia, antropologia e analisi dei flussi commerciali, non ancora previste dai protocolli di routine.

Il gruppo di ricerca guidato da Chaffra, con il sostegno dell’International Bird Conservation Partnership, sta provando a costruire proprio questo tipo di approccio dinamico, incrociando dati di mercato, interviste ai cacciatori e modelli di probabilità di incontro. È un lavoro sporco, fatto di lunghe permanenze nei mercati e di conteggi che dipendono dalla disponibilità dei venditori a mostrare la merce. Ma è l’unica strada per anticipare la prossima sostituzione, quando il nibbio a sua volta inizierà a scarseggiare e l’attenzione dei trafficanti si sposterà su un altro rapace, forse ancora più comune, ancora più invisibile alle valutazioni ufficiali.

La conservazione deve adattarsi a un mondo in cui le estinzioni locali ridisegnano il mercato della superstizione con una velocità che la tassonomia ufficiale non è attrezzata a seguire. Il nibbio beccogiallo è l’inizio di una reazione a catena che non possiamo permetterci di ignorare.