Il 64% di fermate, panchine e ingressi di scuole e ambulatori nelle periferie è esposto al sole nelle ore più

35,9°C all’ombra, in media. Non nel Sahara, ma nei quartieri periferici di Torino, Roma e Napoli. È il dato che emerge dal bilancio della seconda edizione di «Che Caldo Che Fa!», la campagna con cui Legambiente, lo scorso luglio, ha misurato le temperature ambientali nelle ore più calde in alcune delle aree urbane più fragili del paese. Per la capitale, la scheda pubblicata da Legambiente sul quartiere Alessandrino aggiunge un tassello rivelatore: l’indice di disagio socio-economico è 102,2, contro una media comunale di 100. Il caldo, insomma, ha un indirizzo postale preciso, e segue le mappe della marginalità.

La periferia a 35,9°C: i numeri della seconda ondata

Il termometro non mente. Nella prima edizione della campagna, condotta nell’estate 2025, la temperatura ambientale media rilevata era stata di 35,4°C, con una punta massima di 43°C nel quartiere di Secondigliano, a Napoli, e una minima di 29,5°C a Murri, Bologna. Le superfici monitorate — asfalto, cemento, sanpietrini, aiuole, carrozzerie di automobili — avevano restituito una media di 45,6°C su 509 rilevazioni. Un anno dopo, la seconda edizione ha alzato l’asticella: 35,9°C di media ambientale, con il picco di 39°C registrato l’8 luglio nel quartiere Barriera di Milano a Torino e il valore più basso — 32°C — l’11 giugno a San Pietro a Patierno, Napoli.

Mezzo grado in più sulla media potrebbe sembrare poco. Ma va letto in controluce: la campagna 2026 ha concentrato i rilevamenti esclusivamente nei quartieri periferici, quelli dove il tessuto urbano è più ostile — meno verde, più cemento, più superfici scure. Ed è qui che emerge il secondo numero chiave: il 64,4% delle infrastrutture e dei servizi mappati — 288 su 465 — risultano esposti al sole nelle ore più calde della giornata, tra le 11 e le 16. Fermate dell’autobus, panchine, ingressi di scuole e ambulatori: tutto sotto il sole diretto, senza un albero a fare ombra. Non è una fotografia, è una radiografia dell’incuria urbanistica.

Asfalto che scotta: perché il caldo è una questione di classe

Il dato aggregato nasconde le punte, e sono le punte a raccontare la storia vera. L’anno scorso Secondigliano ha toccato i 43°C; quest’anno Barriera di Milano è arrivata a 39°C. Ma il punto non è il record assoluto. È la correlazione con gli indicatori sociali. Secondo i dati Istat del 2021, il quartiere Alessandrino a Roma ha un indice di disagio socio-economico di 102,2 — due punti e due decimi sopra la media cittadina, fissata a 100. L’indice è una misura composita che incrocia nove indicatori su quattro dimensioni: sociale, economica, lavorativa, educativa. Vale a dire: dove guadagni meno, dove il titolo di studio è più basso, dove il lavoro è più precario, lì fa più caldo.

Roma, in particolare, è una città che si sta scaldando a ritmi accelerati. Nel 2023, secondo i dati Istat, la temperatura media ha raggiunto i 17,8°C, con un incremento di 2,3°C rispetto alla media del trentennio 1971-2000. Non è poco: due gradi e tre decimi su una media trentennale sono un’anomalia strutturale, non una fluttuazione. E gli effetti si vedono. Tra il 2015 e il 2025 Roma ha registrato 93 eventi meteo estremi che hanno causato danni, posizionandosi al primo posto tra i comuni italiani nella classifica elaborata dall’Osservatorio CittàClima. Nell’estate 2025, i bollettini del Sistema operativo nazionale di previsione e prevenzione degli effetti del caldo sulla salute, coordinato dal Ministero della Salute, hanno segnalato il livello massimo di rischio — il livello 3 — per 15 giorni complessivi, distribuiti in tre ondate di calore.

I materiali urbani fanno da amplificatore. Asfalto, cemento, sanpietrini: superfici che accumulano calore durante il giorno e lo rilasciano di notte, impedendo ai quartieri di raffreddarsi. Le 509 superfici monitorate nella campagna 2025 avevano una temperatura media di 45,6°C — dieci gradi sopra la temperatura dell’aria. Nei quartieri dove lo spazio verde è ridotto al minimo, l’effetto isola di calore si somma alla vulnerabilità sociale: chi vive in queste aree ha meno risorse per difendersi — niente aria condizionata, abitazioni meno isolate, spesso condizioni di salute già compromesse. Il termometro, in questi casi, è un moltiplicatore di disuguaglianze preesistenti.

Dal satellite al termometro: come il mondo sta investendo sul fresco

Legambiente non è sola a mappare il fenomeno. Dal 2017 la NOAA e il suo partner scientifico CAPA Strategies hanno collaborato con più di 70 comunità — negli Stati Uniti e in città come Freetown, Rio de Janeiro e Santiago del Cile — per creare mappe dettagliate delle isole di calore urbane. È l’analogo globale più vicino alla campagna italiana: stesso metodo (rilevazioni mobili con sensori montati su veicoli o biciclette), stesso obiettivo (identificare le disuguaglianze termiche dentro le città), stessa logica (dati aperti, utilizzabili dalle amministrazioni per orientare le politiche pubbliche). L’esperienza internazionale mostra che queste mappe non restano negli archivi: vengono usate per decidere dove piantare alberi, dove sostituire l’asfalto con materiali riflettenti, dove installare pensiline ombreggianti e tetti verdi. Sono, di fatto, la base informativa di un mercato del raffrescamento urbano che inizia a muovere investimenti significativi.

Con estati sempre più lunghe e temperature che continuano a salire, il raffrescamento degli spazi urbani — dalle superfici stradali agli edifici pubblici, dalle fermate dell’autobus ai cortili scolastici — è destinato a diventare una voce di spesa strutturale per le amministrazioni e un mercato in espansione per chi produce soluzioni. Le mappe di Legambiente, insieme a quelle della NOAA e di iniziative analoghe, non sono soltanto un campanello d’allarme: sono la bussola per capire dove intervenire prima che interi quartieri diventino invivibili nelle ore più calde. Non è una questione di record da battere. È una questione di dove, e per chi, il termometro continua a salire.