A giugno l’asfalto ha toccato i 62,7°C e il 64,4% dei servizi mappati è esposto al sole
Alle due del pomeriggio di una giornata di giugno, in un quartiere periferico, aspettare l’autobus vuol dire stare su un asfalto che in media tocca i 52°C, con l’aria a 35,9°C. Secondo il monitoraggio condotto da Legambiente nei sei quartieri periferici di Napoli, Milano, Roma, Torino, Terni e Bari, il 64,4% delle infrastrutture e servizi mappati risulta esposto al sole nelle ore più calde della giornata. Tra le superfici al sole, l’asfalto ha segnato una temperatura media di 52°C, con un picco di 62,7°C in una delle strade asfaltate del Parco Palatucci di Roma. Non è un’ondata eccezionale: è la nuova normalità.
In periferia il caldo si misura in 62 gradi
Quei 62,7°C non sono una curiosità da termometro. Significano che per chi si muove a piedi, aspetta un autobus o accompagna i bambini a scuola, la strada smette di essere un semplice passaggio e diventa una fonte di calore anche quando l’aria cala verso sera. Nei quartieri monitorati, la temperatura ambientale media nelle ore più calde, tra le 11 e le 16, è stata di 35,9°C; e il 64,4% di infrastrutture e servizi mappati, quasi due su tre, è sotto il sole.
Il peggioramento è progressivo. Già a giugno 2025, secondo Legambiente, il caldo torrido estivo si era anticipato al mese di giugno: a Milano, la città più colpita, i quartieri con temperature superficiali comprese tra 41 e 45°C sono aumentati di 62 unità rispetto ai 6 del 2015. Nel bilancio finale della campagna Che caldo che fa, le 171 termografie raccolte da Legambiente tra fine giugno e il 27 luglio in dieci quartieri di cinque capoluoghi hanno registrato una temperatura ambientale media di 35,4°C, con una massima di 43°C nel quartiere di Secondigliano, Napoli, e una minima di 29,5°C a Murri, Bologna. Il caldo non è uguale per tutti: è il quartiere a decidere se una giornata estiva è un fastidio o un rischio.
Quando il caldo diventa una questione di salute
Il punto non è solo il fastidio. La cooling poverty è una nuova forma di disuguaglianza che rende il raffrescamento una questione di salute pubblica oltre che energetica. Non tutti possono permettersi un condizionatore acceso per tutto il giorno, una casa ben isolata o un quartiere con abbastanza verde e spazi climatizzati aperti. Per chi vive nei quartieri più esposti, il caldo diventa un rischio quotidiano che si somma a redditi più bassi e case di qualità peggiore.
I numeri sulla mortalità estiva lo confermano. Secondo uno studio non ancora pubblicato su rivista scientifica peer-reviewed, i decessi attribuibili al caldo nell’ondata di calore di giugno 2025 sarebbero complessivamente 2.305, di cui il 64% – 1.504 decessi – attribuibili al cambiamento climatico di origine antropogenica. Milano risulterebbe tra le città con il numero stimato più elevato: 499 decessi, 317 dei quali legati ai cambiamenti climatici, seguita da Parigi e Barcellona.
Questi numeri cambiano il modo di guardare al raffrescamento: non è più solo una spesa in bolletta o un comfort, ma una protezione. In una città dove i quartieri più caldi sono anche i più fragili dal punto di vista sociale, un’estate più lunga e più calda non è un’emergenza temporanea: è una condizione permanente che va affrontata con strumenti di salute pubblica.
Dai piani ai rifugi: cosa si può fare davvero
Qualche strumento esiste già. Già nel dicembre 2023, l’Italia ha approvato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici con decreto n. 434 del 21 dicembre 2023. Sulla carta è il telaio per preparare le città, ma il confronto con Barcellona è impietoso: la città catalana ha dato vita, già dal 2019, a una rete di rifugi climatici arrivata a contare circa 400 rifugi. Il Piano nazionale serve se diventa una mappa di punti freschi, una rete di spazi accessibili e un criterio per decidere dove intervenire: altrimenti resta un documento.
Il termometro non mente e la prossima estate tornerà. Informarsi sugli spazi climatizzati vicino a casa e chiedere al proprio Comune di mappare i punti più esposti è il primo passo per trasformare il Piano nazionale di adattamento in una scelta concreta, invece di subire il caldo come una fatalità.




