La proposta neozelandese segue leggi simili già approvate in diversi stati americani

Nel corso del 2025 sono state depositate 249 nuove cause climatiche, quasi cinque alla settimana. Un ritmo mai registrato prima, che ha portato il totale globale oltre quota 3.600 dal 1986, secondo i dati del Grantham Institute della London School of Economics. Eppure, proprio mentre le aule di tribunale si affollano di ricorrenti, una serie di parlamenti ha iniziato a chiudere le porte. L’ultimo, in ordine di tempo, è quello della Nuova Zelanda: due settimane fa il governo di Wellington ha proposto un emendamento al Climate Change Response Act del 2002 che rimuove la possibilità di azioni legali private relative alle emissioni di gas serra, creando una barriera statutaria esplicita alla responsabilità extracontrattuale per i danni da cambiamento climatico.

Il boom del contenzioso climatico

Per capire la portata di questa reazione legislativa bisogna prima guardare ai numeri. Le 249 cause depositate nel 2025 segnano un’accelerazione netta: per dare una proporzione, significa che ogni settimana, in media, 4,8 nuovi procedimenti legati agli effetti delle emissioni hanno fatto il loro ingresso nei tribunali di qualche giurisdizione. Non si tratta più soltanto delle classiche azioni intentate da gruppi ambientalisti contro i grandi inquinatori: la platea degli attori si è allargata, le strategie legali si sono affinate e il fenomeno ha assunto una dimensione strutturale, non più episodica. Il totale cumulato di oltre 3.600 casi dal 1986 racconta una traiettoria che da una manciata di procedimenti all’anno è arrivata, nell’ultimo biennio, a superare abbondantemente le duecento nuove cause annuali.

Questo slancio ha avuto un effetto collaterale prevedibile: l’opposizione al contenzioso climatico sta guadagnando, stando sempre al Grantham Institute, scala, coordinamento e profondità istituzionale crescenti. Non è più una reazione difensiva di singole aziende o settori, ma un movimento politico e legislativo che ha cominciato a prendere forma in diverse aree del mondo, quasi simultaneamente.

La risposta politica: da Wellington a Washington

È proprio quello che sta accadendo. L’emendamento neozelandese depositato l’8 luglio rappresenta forse il caso più nitido: il disegno di legge crea una barriera statutaria esplicita alla responsabilità extracontrattuale per gli effetti climatici riconducibili alle emissioni, e si applicherà anche ai procedimenti già in corso. Non si tratta di un fulmine a ciel sereno: già a maggio, il governo di Wellington aveva annunciato l’intenzione di modificare la legge sul clima per vietare la responsabilità per danni climatici, segnalando una volontà politica maturata nei mesi precedenti. Il messaggio è chiaro: determinare chi paga per il cambiamento climatico non sarà più una questione lasciata all’azione dei privati davanti a un giudice, ma una scelta rimessa al legislatore.

Su una linea parallela, ma con tempi ancora più rapidi, si muovono diversi stati americani. Nel corso del 2026 Oklahoma, Utah, Iowa, Louisiana e Tennessee hanno approvato leggi pensate per proteggere le compagnie di combustibili fossili e il settore agricolo da cause legali legate alle emissioni di gas serra. Il dato va letto accanto a quanto accadeva già lo scorso marzo, quando legislatori repubblicani, sia a livello statale sia al Congresso, hanno iniziato ad avanzare proposte per schermare gli inquinatori da qualsiasi forma di responsabilità per i danni climatici. Non sono iniziative isolate: l’affinità tra i testi normativi e la loro comparsa quasi contemporanea suggerisce un livello di coordinamento che va oltre la casualità.

La domanda ora è se queste barriere legislative resisteranno al test delle corti internazionali e, in ultima istanza, al confronto con i principi di accesso alla giustizia sanciti in molte costituzioni e trattati. Perché se è vero che un parlamento può modificare la legge per limitare le azioni civili, è altrettanto vero che il diritto internazionale dell’ambiente e i diritti umani potrebbero offrire ai ricorrenti appigli ulteriori, non aggirabili per via statutaria. Il terreno di scontro si sta spostando dal merito delle emissioni alla legittimità stessa di impedire che un giudice possa pronunciarsi.

Orizzonte: il rischio silenzioso per gli investitori

Intanto i mercati e gli osservatori iniziano a chiedersi cosa significherà questa svolta per il futuro del rischio climatico legato alle imprese. Se la marea del contenzioso dovesse ritirarsi per effetto delle nuove leggi, verrebbe meno uno dei meccanismi che negli ultimi anni hanno spinto molte grandi aziende a integrare il costo del carbonio e la responsabilità per i danni ambientali nei propri bilanci e nelle valutazioni di rating. L’incertezza non riguarda soltanto chi produce emissioni, ma anche chi finanzia quelle attività o le assicura: senza la spada di Damocle di una causa, il calcolo del rischio cambia, e con esso le scelte di allocazione del capitale. Resta da vedere se e quanto rapidamente questo nuovo contesto normativo si tradurrà in una riduzione effettiva dei procedimenti in corso, e se la pressione si sposterà dalle corti nazionali a quelle internazionali.