La Corte d’Appello ha aperto la strada al processo, fissato per il 2027, dopo anni di ostacoli procedurali
Dodici anni. È il tempo che le comunità di Ogale e Bille hanno dovuto attendere per vedere Shell davanti a un giudice. E non è ancora sufficiente: la Corte d’appello del Regno Unito ha rinviato a giudizio il colosso petrolifero per i danni ambientali provocati nel delta del Niger, ma il processo completo è fissato per il 2027. Una promessa di giustizia che rimane sospesa, mentre l’acqua e la terra di quelle comunità affondano nel petrolio da decenni.
La sentenza che sfonda il muro
La notizia non è un fulmine a ciel sereno. È piuttosto l’ultimo atto di una battaglia legale cominciata nel 2015, quando le comunità Ogale e Bille hanno presentato le loro richieste. Da allora Shell ha costruito un muro di eccezioni procedurali, provando a bloccare ogni volta il cammino verso un’aula di tribunale. La prima breccia la aprì la Corte Suprema del Regno Unito nel 2021, stabilendo che le comunità inquinate dal petrolio potevano citare Shell davanti ai giudici inglesi e che le richieste andavano ascoltate all’Alta Corte di Londra.
La seconda breccia è arrivata lo scorso dicembre 2024, quando la Corte d’Appello ha respinto i tentativi di Shell di bloccare le cause e ha annullato una decisione dell’Alta Corte che avrebbe imposto un onere irragionevolmente elevato alle comunità. Ribaltare quella decisione è stato decisivo: significava, nei fatti, impedire che la prova del danno venisse caricata tutta sulle spalle di chi il danno lo subisce, senza accesso ai documenti interni e alle informazioni tecniche che solo Shell possiede. Quella sentenza ha sbloccato la strada e ha permesso alla Corte d’Appello, nel febbraio 2025, di disporre il rinvio a giudizio.
Ora che il processo è in agenda, però, ci si interroga su cosa significhi davvero per Shell e per le comunità. Perché un conto è superare gli ostacoli procedurali, un altro è arrivare a una sentenza di merito. E intanto il calendario si allunga.
Shell all’angolo tra tribunali e Nazioni Unite
Mentre si prepara al processo del 2027, Shell deve fare i conti con un fronte di accuse sempre più ampio. Già all’inizio del 2025 la società ha affrontato due importanti processi all’Alta Corte di Londra per l’eredità dell’inquinamento nel Delta del Niger. Si trattava di cause distinte da quelle delle comunità Ogale e Bille, ma il filo che le lega è lo stesso: decenni di sversamenti, tubature corrose, bonifiche mai completate e una popolazione che continua a bere acqua contaminata e a coltivare terreni avvelenati.
Su questo scenario si è innestato un avvertimento pesantissimo. A settembre 2025, un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha scritto a Shell e ad altre tre grandi compagnie petrolifere, affermando che la recente vendita di attività in Nigeria potrebbe aver violato le leggi internazionali sui diritti umani. Il messaggio era diretto: cedere asset senza aver prima completato una corretta bonifica e senza aver risarcito le comunità non è una normale operazione finanziaria, ma una potenziale violazione del diritto internazionale. Si vende il business, si lasciano le macerie.
È una pressione che va oltre le aule di tribunale. La lettera degli esperti Onu non ha valore vincolante immediato, ma incide sulla reputazione dell’azienda e soprattutto sul quadro giuridico in cui si muove. Segnala che la via d’uscita scelta da Shell — mollare i pozzi più problematici e spostarsi altrove — non è più considerata una variabile neutra. I compratori, spesso società locali o fondi con standard operativi e capacità finanziarie inferiori, ereditano passività ambientali che non sono in grado di gestire. Il risultato è che il danno resta dove è sempre stato, ma chi lo ha causato si allontana. Ecco perché l’Onu ha parlato apertamente di una possibile violazione dei diritti umani.
Il conto alla rovescia verso il 2027
Eppure, la data cerchiata in rosso sul calendario è il 2027. Una scadenza lontana, che svela il paradosso più amaro di questa vicenda: la giustizia si muove così lentamente che l’ambiente da risanare, nel frattempo, continua a degradarsi. Le comunità di Ogale e Bille aspettano dal 2015, e dovranno aspettare almeno altri due anni prima che l’Alta Corte inizi a esaminare il merito delle loro richieste. Nel frattempo, le falde acquifere restano inquinate, i raccolti sono compromessi, le malattie legate all’esposizione agli idrocarburi continuano a colpire.
La domanda ora non è se Shell pagherà, ma quanto ancora dovranno aspettare le comunità del delta del Niger per vedere bonificato il loro ambiente e riconosciuti i loro diritti. Dodici anni dopo, la risposta è ancora sospesa.




