La precedente carta risaliva ai primi anni Ottanta e mancava una visione unificata dei serbatoi sotterranei che alimentano l’84% dell’acqua
Ogni volta che apri il rubinetto di casa, probabilmente non pensi a quanta strada ha fatto quell’acqua prima di arrivare lì. Eppure, per l’84% dell’acqua che beviamo ogni giorno, il viaggio inizia nel sottosuolo, in falde acquifere che restano in gran parte invisibili. Fino a poche settimane fa, le informazioni su questa risorsa erano ferme a quarant’anni fa: la precedente carta idrogeologica nazionale risaliva ai primi anni ’80 (il lavoro di Fried et al., 1982) e non esisteva uno strumento aggiornato e unificato per tutto il Paese.
Il rubinetto che beve dal sottosuolo
Il dato di partenza è tanto semplice quanto ignorato: le acque sotterranee soddisfano più dell’84% del nostro fabbisogno idropotabile. Non si tratta di una riserva marginale: è la principale fonte d’acqua per la gran parte degli italiani. Eppure, per decenni non abbiamo avuto una visione d’insieme dei “serbatoi” che abbiamo sotto i piedi. La vecchia cartografia era disomogenea, basata su rilevamenti regionali non integrati. Questo vuoto conoscitivo rendeva difficile pianificare prelievi, prevenire crisi idriche e, in prospettiva, capire dove e come ricaricare le falde in modo efficace.
Un nuovo occhio sotto i piedi
La novità è arrivata lo scorso 10 luglio, quando l’ISPRA – tramite il Dipartimento per il Servizio Geologico d’Italia, insieme al Dipartimento di Scienze della Terra “Ardito Desio” dell’Università degli Studi di Milano e con la collaborazione di ISTAT e CMCC – ha presentato a Roma la nuova Carta Idrogeologica d’Italia alla scala 1:500.000. Per chi vive sopra una falda, non è una mera formalità da addetti ai lavori. La Carta omogeneizza le informazioni derivanti dalle cartografie regionali e le traduce in un linguaggio comune: ha definito 19 complessi idrogeologici, classificati in quattro livelli di permeabilità (da alta a bassissima), offrendo una base conoscitiva aggiornata, uniforme e interoperabile per la gestione delle acque sotterranee, in linea con la Direttiva Quadro sulle Acque e le politiche di adattamento climatico. La mappatura include anche una ricognizione capillare dei fontanili della Pianura Padano-veneta, un sistema storico che oggi torna d’attualità.
A corredo, è stata resa disponibile una banca dati online, accessibile a chiunque (cittadini, professionisti, amministrazioni) e in costante aggiornamento. Significa che un’azienda agricola che valuta l’irrigazione, un sindaco che deve rilasciare concessioni o una famiglia che si chiede da dove arrivi l’acqua del proprio pozzo possono finalmente attingere a dati pubblici e aggiornati. Secondo Alessandra Gallone, Presidente ISPRA, c’è un ulteriore vantaggio: le acque sotterranee sono molto più resistenti agli effetti del cambiamento climatico rispetto a quelle superficiali. Proteggere e conoscere le falde conviene perché sono meno soggette all’evaporazione che già oggi riduce la disponibilità di laghi e invasi a cielo aperto.
Acqua che va, acqua che viene
I numeri fanno capire la posta in gioco. Secondo il modello BIGBANG, nel 2023 il contributo alla ricarica degli acquiferi in Italia è stato di 53 miliardi di metri cubi, pari al 19% delle precipitazioni, a fronte di una media storica del 22,7% sul periodo 1951-2023. Cinquanta miliardi di metri cubi sono più di quanto l’Italia consuma complessivamente in un anno per tutti gli usi civili, agricoli e industriali. Ma questo flusso non si distribuisce in modo uniforme: il 66% del territorio italiano ospita acquiferi con capacità produttiva medio-alta, concentrati nella Pianura Padano-veneta e lungo l’Appennino centrale e meridionale. La nuova Carta dice proprio questo: dove l’acqua c’è, quanto è permeabile il terreno che la filtra e dove è più probabile che le piogge di un autunno piovoso si trasformino in una scorta per i mesi secchi.
È qui che entra in scena il prossimo tassello: ISPRA ha in programma la realizzazione di una Carta di maggiore propensione alla ricarica delle falde, pensata per individuare le aree in cui i serbatoi sotterranei naturali possono essere ricaricati nei periodi di maggiore abbondanza, limitando la necessità di costruire invasi artificiali in superficie. Meno cemento, meno costi di costruzione e manutenzione, meno evaporazione. Sfruttare la capacità di ricarica naturale è una scelta di buon senso, che la Carta Idrogeologica rende finalmente misurabile e pianificabile.
La prossima volta che apri il rubinetto, saprai che sotto i tuoi piedi c’è una mappa aggiornata che aiuta a proteggere quell’acqua — e che, grazie alla banca dati pubblica, puoi anche consultarla per capire cosa scorre sotto casa tua.




