La Francia ha dovuto importare elettricità dopo il fermo di quasi metà dei suoi reattori nucleari
Fa caldo, tanto caldo. Il condizionatore va a pieno regime e, mentre fuori l’asfalto sfrigola, dentro casa arriva il pensiero fisso di chiunque abbia una bolletta da pagare: quanto mi costerà tutto questo a fine mese? È in questi momenti che lo slogan torna a risuonare, sui social, al bar, tra colleghi: «Dobbiamo fare come la Francia con il nucleare, loro l’energia la pagano poco». La suggestione è potente, lo ammetto. Ma un’analisi approfondita della situazione francese rivela uno scenario molto lontano dalla favola che ci viene raccontata. E se state pensando che basterebbe copiare Parigi per risolvere i nostri problemi, forse è il momento di guardare i numeri veri.
La tentazione nucleare
Non serve essere ingegneri per capire perché il modello francese faccia gola. La Francia ha costruito la sua reputazione energetica su una flotta di reattori nucleari che, almeno sulla carta, garantisce elettricità abbondante e a prezzi contenuti. I sostenitori italiani del nucleare lo ripetono come un mantra: «Facciamo come la Francia», appunto. Basta accendere il televisore o aprire un dibattito online per sentirlo. In fondo, chi non vorrebbe una bolletta più leggera senza dover dipendere dal gas di qualcun altro? Ma cosa sta succedendo veramente in Francia?
La realtà d’oltralpe
Dietro lo slogan si nasconde una crisi profonda, fatta di reattori spenti, conti in rosso e un sistema che non sta in piedi da solo. Partiamo dai dati. A novembre 2022, un numero record di 26 reattori nucleari su 56 — quasi metà della flotta francese — era fermo per riparazioni o manutenzione, come documentato da France 24. Non un guasto isolato, non un inconveniente di percorso: un’emorragia di capacità produttiva che ha trasformato la Francia da esportatore netto a importatore di elettricità, in piena crisi energetica europea. Per chi sogna reattori a sfare il prezzo della bolletta italiana, questo dettaglio dovrebbe pesare parecchio: un parco nucleare è vulnerabile esattamente come qualunque altra infrastruttura complessa, e quando si ferma lo fa in grande stile.
C’è un altro mito da smontare. Si pensa al nucleare francese come a un sistema autosufficiente, una macchina perfetta che produce energia a ciclo continuo. La realtà è diversa: il nucleare francese si è sempre appoggiato agli impianti di accumulo a pompaggio per bilanciare la produzione, perché quelle centrali non sanno modulare la potenza con l’agilità necessaria a seguire i consumi reali. Significa che anche la Francia, la patria del nucleare, ha avuto bisogno di integrare il suo sistema con altre tecnologie per farlo funzionare. Non è un difetto da poco per chi propone di replicare il modello tale e quale.
E poi c’è la questione dei conti. Già nel gennaio 2023 il governo francese ha deciso di nazionalizzare completamente EDF, la società pubblica che gestisce le centrali, per evitarne il fallimento. Non un salvataggio qualsiasi: stiamo parlando della colonna portante dell’energia francese, un’azienda che, nonostante i prezzi garantiti e il sostegno statale, era sull’orlo del baratro finanziario. La manutenzione di 56 reattori costa cifre astronomiche, e quando decine di questi restano spenti per mesi i ricavi crollano. Se questo è il modello da imitare, bisognerebbe spiegare agli italiani con quali soldi pensano di costruire e mantenere una flotta nucleare in un paese che oggi non ha nemmeno un reattore attivo. E allora, perché ci dicono di imitarli?
La via italiana
Di fronte a questo scenario, alcuni esperti mettono in guardia. Luigi Moccia, dirigente di ricerca del CNR, ha spiegato in un intervento su QualEnergia perché l’Italia farebbe bene a non inseguire il modello francese. Il punto non è ideologico: è pratico. Il sistema francese sta mostrando crepe strutturali che non si risolvono con un finanziamento pubblico o con uno slogan elettorale. Costruire reattori in Italia richiederebbe quindici-vent’anni, decine di miliardi di euro, e ci consegnerebbe un’infrastruttura che — l’esperienza francese lo dimostra — può restare ferma per mesi proprio quando serve di più.
La scelta consapevole, per chi oggi guarda la bolletta e cerca soluzioni reali, non è copiare un modello in affanno. È chiedersi cosa possiamo costruire sul nostro territorio, con i nostri tempi e i nostri soldi. L’Italia ha potenzialità diverse: sole, vento, e una rete di comunità energetiche che inizia timidamente a funzionare. Non c’è una bacchetta magica, questo è certo. Ma investire in qualcosa che possiamo installare nel giro di mesi, e che inizia ad abbattere i costi da subito, è una prospettiva che merita più attenzione della rincorsa a un mito francese che i francesi stessi faticano a tenere in piedi.
La prossima volta che sentirete «facciamo come la Francia», ricordate che il loro modello è in crisi e che l’Italia ha bisogno di soluzioni energeticamente adatte al proprio territorio. Non per partito preso: perché i numeri, e le bollette, parlano chiaro.




