Il modello delle comunità energetiche fatica a decollare nonostante le promesse europee
Nei primi dieci mesi del 2025, gli impianti da fonti pulite installati in Italia sono diminuiti del 27% rispetto allo stesso periodo del 2024. Il dato, diffuso da Legambiente e Kyoto Club al XVIII Forum QualEnergia, ha rotto la narrazione trionfalistica di una transizione ormai avviata. Non si tratta di un rallentamento congiunturale: è il sintomo di un modello — quello delle comunità energetiche rinnovabili su cui Bruxelles aveva scommesso — che fatica a ingranare. L’analisi delle esperienze sul campo, pubblicata nei giorni scorsi, mostra come il problema vada oltre le semplificazioni sui colli di bottiglia autorizzativi. La frenata è strutturale, e chiama in causa l’architettura stessa della partecipazione dei cittadini alla transizione.
Il segnale d’allarme: -27% di nuovi impianti
La fotografia scattata da Legambiente non lascia spazio a interpretazioni morbide: il brusco rallentamento delle rinnovabili italiane nel 2025 si è tradotto in una contrazione netta sia nel numero di impianti sia nella potenza installata. Il -27% nei primi dieci mesi non è un dato isolato: è il punto di arrivo di una traiettoria che, dopo anni di crescita costante, ha cominciato a perdere spinta proprio quando l’Unione Europea chiedeva un’accelerazione decisiva.
Dietro le cifre non c’è solo la lentezza delle autorizzazioni — il bersaglio più citato da operatori e associazioni di categoria. C’è un problema di domanda e di architettura sociale: gli strumenti pensati per democratizzare la produzione di energia pulita non hanno prodotto l’effetto leva atteso. Le comunità energetiche rinnovabili, che avrebbero dovuto portare i cittadini al centro della transizione, restano un esperimento su scala ridotta. Meno impianti significa meno soggetti che investono, meno quartieri che si aggregano, meno comuni che attivano configurazioni di autoconsumo collettivo. La domanda che resta aperta è se il modello stesso sia inadeguato o se a mancare siano state le condizioni per farlo decollare.
Comunità energetiche: la promessa incompiuta
Mentre in Italia il numero di impianti calava, Bruxelles prendeva atto di un fallimento più ampio. Lo scorso marzo, la Corte dei Conti europea ha certificato un verdetto che pesa: lo sviluppo delle comunità energetiche nell’UE, stando ai revisori, “non è realmente decollato.” Non si tratta di un giudizio politico, ma di una verifica contabile condotta su quattro Stati membri — tra cui proprio l’Italia — dove i revisori hanno trovato difficoltà sistemiche: complessità normativa, scarsa informazione dei cittadini, mancanza di strumenti finanziari accessibili.
Il fallimento più emblematico riguarda un obiettivo che l’UE si era data con ambizione: avere almeno una comunità energetica rinnovabile in ogni comune con più di 10.000 abitanti entro la fine del 2025. Stando ai dati raccolti dalla Corte dei Conti europea, quell’obiettivo è stato largamente mancato. L’Italia, in particolare, ha mostrato criticità che la relazione non esita a definire strutturali: iter amministrativi frammentati, incentivi che premiano la grande scala rispetto all’aggregazione locale, e una normativa secondaria che in molte Regioni non è mai stata completata. Il paradosso è che gli strumenti per invertire la rotta esistono già sulla carta — dal crowdfunding alla co-progettazione fino alla condivisione diretta dei benefici economici — ma tra teoria e pratica si è aperto un vuoto che i decreti attuativi non hanno colmato.
Sul campo: gli strumenti per sbloccare il potenziale
Di fronte al doppio smacco — meno impianti, comunità fantasma — gli addetti ai lavori non partono da zero. Già nel maggio 2025, un’analisi pubblicata su QualEnergia aveva indicato le leve per migliorare l’accettabilità sociale dei progetti rinnovabili: crowdfunding per impianti collettivi, co-progettazione con i residenti, condivisione dei benefici economici. La differenza tra un impianto accettato e uno bloccato da comitati locali spesso si misura nei primi sei mesi di dialogo con il territorio. Il nodo non è tecnico ma culturale e amministrativo: senza trasformare questi strumenti in pratica quotidiana, il -27% rischia di diventare strutturale.
La transizione energetica non è solo una sfida tecnologica fatta di pannelli più efficienti e turbine più potenti. È una questione di architettura sociale e amministrativa, di regole che sappiano attivare la partecipazione invece di soffocarla. I dati del 2025 lo confermano: senza comunità vere, senza cittadini che diventano produttori oltre che consumatori, i numeri continueranno a scendere. E quel -27% rischia di essere solo la prima cifra di una lunga serie.




