Il mercato della moda di seconda mano cresce cinque volte più velocemente del retail tradizionale
Quel vecchio zaino che vale ancora
Prendiamo proprio quella giacca The North Face che avete ritrovato in fondo all’armadio. Non è solo un capo di qualità che magari avete pagato duecento euro e che ora sta lì a occupare spazio. Secondo la società di consulenza Kearney, The North Face è uno dei soli cinque marchi al mondo ad aver raggiunto un punteggio di 7 su 10 nella scala della moda circolare, insieme a Gucci, Levi’s, Arc’teryx e Patagonia. Significa che quando comprate — o vendete — un capo di questi brand, state entrando in un sistema pensato per durare, essere riparato e rivenduto, non per finire in discarica dopo una stagione.
La sensazione che vendere un usato sia un gesto da mercatino dell’usato è dura a morire. Ma le cose sono cambiate. Non stiamo parlando di svuotare l’armadio per fare spazio: stiamo parlando di un mercato che corre a velocità quintupla rispetto alla moda tradizionale. La domanda, a questo punto, è una sola: i numeri confermano che il resale è diventato davvero un pilastro del business della moda?
Il conto della circolarità
La risposta breve è sì. E i conti li hanno fatti proprio i grandi marchi, quelli che di solito hanno tutto l’interesse a vendervi prodotti nuovi. Prendete Coach, il marchio di pelletteria americano. Dal lancio del suo programma (Re)Loved nell’aprile 2021, l’azienda ha dato una seconda vita a più di 20.000 prodotti Coach. Solo nel 2025, attraverso questo programma sono state vendute più di 13.800 unità. Non stiamo parlando di un esperimento: è un canale di vendita strutturato, con i suoi processi, la sua logistica, i suoi margini.
Ancora più interessante è il progetto Coachtopia Alter/Ego, sempre di Coach. Secondo il Corporate Responsibility Report di Tapestry per l’anno fiscale 2025, questi articoli hanno un’impronta di carbonio inferiore del 59% rispetto a prodotti simili realizzati con materiali vergini. Per dare un’idea concreta: se una borsa tradizionale “costa” all’ambiente 10 chili di CO2 equivalente, la versione Alter/Ego ne costa poco più di 4. È una differenza misurabile, non uno slogan.
E poi c’è Amazon, che con la moda c’entra fino a un certo punto ma che sul riuso ha numeri altrettanto significativi. Nel 2024 l’azienda ha evitato di utilizzare 85 milioni di pallet di legno grazie ai pallet riutilizzabili, e altri 35 milioni nel 2025. Inoltre, l’uso di intelligenza artificiale nei magazzini ha ridotto la percentuale di articoli danneggiati del 21% nel corso del 2025. Tradotto: meno resi, meno sprechi, meno camion che girano a vuoto. Anche qui, tutto misurato.
Cosa conviene fare oggi
Fin qui i numeri. Ma cosa c’entra tutto questo con chi, sabato pomeriggio, sta decidendo se mettere su Vinted una vecchia borsa o se portarla al cassonetto? C’entra, e molto più di quanto sembri. A fine 2024, le vendite di moda di seconda mano negli Stati Uniti hanno raggiunto 50 miliardi di dollari. Un mercato che, come accennato, cresce a una velocità cinque volte superiore rispetto alla vendita al dettaglio tradizionale.
E qui arriva un dettaglio che riguarda molto da vicino anche chi compra — e che ha a che fare con i dazi doganali di cui tanto si parla negli ultimi mesi. Alon Rotem, rappresentante della piattaforma di resale ThredUp, lo spiega in modo molto chiaro: «Con il resale, stai di fatto domesticando la filiera. Tutto l’abbigliamento proviene dagli armadi degli americani». In altre parole, comprare e vendere usato significa muovere merce che è già dentro i confini nazionali, senza esporsi ai dazi sulle importazioni. Lo stesso concetto lo ribadisce Kim Matsoukas di Coach: «Nel resale non abbiamo dazi, quindi c’è una certa resilienza». Detto in soldoni: i prezzi dell’usato non ballano al ritmo delle guerre commerciali.
Questo per chi vende significa che la domanda di capi di seconda mano è destinata a rimanere forte — e anzi, in periodi di incertezza economica, potrebbe perfino aumentare. Per chi compra, invece, significa che l’alternativa “usato” non è più solo una scelta etica, ma anche una scelta economicamente prudente. Soprattutto se si considerano marchi come The North Face, Patagonia o Levi’s, che per costruzione sono pensati per durare anni e che, proprio per questo, mantengono un valore di rivendita interessante.
Insomma, non serve essere esperti di sostenibilità né avere un fiuto particolare per gli affari. Basta aprire l’armadio con uno sguardo diverso.
Il valore che cerchi nel prossimo acquisto potrebbe già essere appeso nel tuo armadio. Basta guardarlo con occhi nuovi.




