Il progetto umbro da dieci milioni di euro non ha rispettato la scadenza del 30 giugno

Un pannolino usa e getta può restare in discarica fino a cinquecento anni prima di degradarsi. Eppure, l’impianto di Ponte Rio, progettato per riciclarne 5.000 tonnellate all’anno, non è riuscito a rispettare la scadenza del 30 giugno 2026 imposta dal Pnrr per il collaudo e l’avviamento. I dieci milioni di euro di fondi europei che avrebbero dovuto finanziare la struttura gestita da Etica S.p.A. di Assemini sono ora a rischio, mentre il ministero dell’Ambiente ha avviato una ricognizione su tutti i progetti rimasti indietro.

La posta in gioco va ben oltre il singolo cantiere. I prodotti assorbenti per la persona – pannolini per bambini, pannoloni, traversine – rappresentano tra il 3 e il 5 per cento del rifiuto solido urbano indifferenziato. In Italia si generano ogni anno circa 900.000 tonnellate di questi materiali, un flusso che senza un trattamento dedicato è destinato quasi per intero allo smaltimento. Trasformare quella montagna di scarti in materia prima seconda richiede impianti industriali veri, con bilanci di massa precisi, collaudi di processo e una catena logistica che funzioni. Il caso umbro è il primo banco di prova su scala regionale, e per ora il verdetto è un ritardo.

Una scadenza mancata, un’occasione sprecata?

Il progetto di Ponte Rio era nato con i numeri giusti. La struttura, approvata già nel febbraio 2023 con un finanziamento da dieci milioni di euro, è stata concepita come il primo impianto regionale per il trattamento e il riciclo dei Pap e avrebbe potuto coprire da sola il fabbisogno dell’intera Umbria. La capacità nominale è di 5.000 tonnellate annue: non una linea pilota, ma un impianto dimensionato per intercettare la gran parte del rifiuto assorbente prodotto in un territorio di quasi 900.000 abitanti.

Il meccanismo industriale su cui si basa questo tipo di riciclo è relativamente giovane ma già collaudato altrove: separazione meccanica delle frazioni (cellulosa, polimeri superassorbenti, plastiche), igienizzazione e avvio a recupero di materia. La sfida vera sta nel far quadrare la raccolta differenziata dedicata, che in Umbria è ancora in fase di strutturazione, con i volumi minimi necessari a saturare l’impianto. Senza una raccolta efficace, la capacità di trattamento resta sulla carta. La scadenza del 30 giugno non era solo un passaggio burocratico: la normativa europea vincola il collaudo finale a quella data per i progetti finanziati con questa linea del Pnrr, pena la decadenza del contributo.

Il quadro nazionale: una rincorsa tra fondi e scadenze

Il ritardo di Ponte Rio non è un episodio isolato. L’Italia sconta un paradosso evidente: da un lato, 900.000 tonnellate di rifiuti assorbenti l’anno che oggi finiscono in massima parte in discarica o, nella migliore delle ipotesi, in termovalorizzazione. Dall’altro, una rete di impianti di riciclo dedicati ancora tutta da costruire. I fondi Pnrr hanno acceso diverse iniziative, ma la corsa contro il calendario è comune a molti progetti.

In Veneto, Contarina ha ottenuto quasi dieci milioni di euro per realizzare entro un anno un impianto per il trattamento e l’avvio a riciclo dei pannolini nel bacino trevigiano. In Toscana altri progetti si stanno muovendo con tempi altrettanto stretti. La logica è sempre la stessa: intercettare una frazione merceologica che, da sola, può valere diversi punti percentuali di raccolta differenziata, e farlo con impianti che restituiscono cellulosa e plastica riutilizzabili. Ma la taglia di questi investimenti – dieci milioni a impianto – impone che il cronoprogramma sia rispettato, perché i margini operativi sono stretti e il costo del denaro non aiuta.

A rendere più complicato il quadro c’è il fatto che i flussi di Pap sono distribuiti sul territorio in modo disomogeneo. Servono bacini di raccolta ampi per giustificare un impianto da 5.000 tonnellate, e questo obbliga i gestori a coordinare più Comuni. In Umbria il percorso era partito, ma evidentemente non ha retto il passo imposto dalla milestone europea. Resta il dato di fondo: senza impianti, quelle 900.000 tonnellate continueranno a essere gestite come rifiuto indifferenziato, con costi ambientali ed economici che nessuno può più permettersi di ignorare.

E ora? La verifica del ministero e le alternative possibili

Mentre la scadenza è ormai alle spalle, il ministero dell’Ambiente ha avviato una ricognizione puntuale. «In questa fase successiva al 30 giugno, l’amministrazione è impegnata a verificare lo stato dei numerosi singoli progetti», ha spiegato Fabrizio Penna, Capo Dipartimento dell’Unità di Missione per il Pnrr. «Al raggiungimento del target della misura, sarà valutato lo stato reale di avanzamento di quei progetti che non sono stati completati entro il 30 giugno al fine di comprendere se il finanziamento del progetto possa trovare sponda in altri strumenti finanziari».

La dichiarazione lascia intendere due cose. Primo: il ministero non ha ancora chiuso la partita, e sta distinguendo tra progetti definitivamente naufragati e progetti che potrebbero essere recuperati con fonti di finanziamento alternative. Secondo: la finestra del Pnrr, per chi l’ha mancata, è chiusa. Per l’impianto di Ponte Rio significa che i dieci milioni di euro dovranno essere cercati altrove – fondi strutturali, programmi regionali, risorse private – oppure il progetto resterà incompiuto. Per chi gestisce rifiuti, il messaggio è chiaro: senza un impianto, i pannolini continueranno a finire in discarica per secoli, e i fondi potrebbero andare altrove.