Il costo dell’elettricità e i dazi protezionistici restano i nodi da sciogliere per la ripartenza
Da due anni e mezzo, a Marston, nel Missouri sudorientale, il silenzio della fonderia Magnitude 7 Metals è l’unica cosa rimasta dei suoi camini. L’ex impianto Noranda, uno degli ultimi a produrre alluminio primario negli Stati Uniti, aveva spento tutto alla fine di gennaio 2024. Per i camionisti che portavano materie prime, per gli operai del turno di notte, per i bar della zona, è stato un colpo secco. Poi, la scorsa settimana, è arrivato un annuncio che sa di seconda possibilità: la fonderia intende riavviare la produzione entro la fine del 2026. Chi vive a Marston lo ha imparato sulla propria pelle: le date stampate sui comunicati contano meno dei conti che arrivano a fine mese, a partire da quello della luce.
La fabbrica che tace e la data sul calendario
Quando nel gennaio 2024 la proprietà comunicò la sospensione delle attività, pochi si stupirono davvero. L’impianto arrancava da anni, stretto tra i costi fuori controllo e una concorrenza globale che non perdona. La notizia, rilanciata allora da Industrious Labs, aveva il tono di un certificato di morte differito. Riportava in vita la memoria di un altro stop, quello ancor più simbolico di Mt. Holly, in South Carolina, riavviato solo in seguito grazie a un provvedimento commerciale che ha cambiato le carte in tavola per l’intero settore.
Ora il calendario segna un’altra scadenza, dicembre 2026, ma nessuno a Marston stappa bottiglie. Il motivo è semplice: un conto è promettere la ripartenza, un altro è assicurarsi che i forni per fondere l’allumina restino accesi abbastanza a lungo da rendere l’operazione sostenibile. Per capire se questa volta potrà andare diversamente, bisogna posare lo sguardo su una cifra che in Missouri pesa più dei dazi: il prezzo dell’elettricità.
Il prezzo dell’energia e la guerra dei dazi
Produrre alluminio primario è un processo energivoro quasi quanto un piccolo altoforno. L’input chiave non è tanto la materia prima, ma la corrente continua che scorre giorno e notte nelle celle elettrolitiche. L’industria lo ripete da tempo: una fonderia ha bisogno di un contratto di energia da 10-20 anni a circa $40/MWh per essere competitiva. Questo è il muro contro cui Magnitude 7 si è schiantata e contro cui rischia di sbattere di nuovo se non aggancia subito un’intesa di lungo periodo con i fornitori locali.
I dazi sono l’altra metà del discorso. L’amministrazione americana ha aumentato fino al 50 per cento le tariffe della Sezione 232 sulle importazioni di alluminio primario, senza eccezioni né esenzioni. Ed è proprio grazie a questo schermo che Century Aluminum, un’altra protagonista della scena nazionale, ne ha tratto vantaggio concreto: ha riportato il suo impianto di Mt. Holly, South Carolina, a piena produzione, aumentando del 10 per cento la capacità siderurgica nazionale dell’alluminio. Ma un dazio non compra un contratto di fornitura elettrica. Protegge dai concorrenti esteri, ma non abbassa di un centesimo la bolletta industriale nel Bootheel del Missouri. E senza quel contratto, la ripartenza resta fragile.
Nel frattempo, la competizione si fa più agguerrita. Century Aluminum è stata selezionata dal Dipartimento dell’Energia per ricevere un investimento da 500 milioni di dollari e costruire la prima nuova fonderia di alluminio primario negli Stati Uniti in 45 anni. Una volta completata, quell’infrastruttura raddoppierà le dimensioni dell’attuale industria nazionale. Magnitude 7 Metals rischia di restare schiacciata tra due fuochi: da un lato, l’arrivo di nuovi impianti verdi e pesantemente finanziati; dall’altro, l’incapacità strutturale di calmierare il costo dell’energia nella propria contea.
L’eredità tossica e la scommessa della comunità
Eppure, c’è un altro conto che i dazi non possono saldare, e non è energetico. Nel novembre 2022, prima ancora che gli altoforni venissero messi in pausa, un’area della contea di New Madrid sforava le regole dell’EPA per l’aria, con concentrazioni di biossido di zolfo che triplicavano il limite federale. Non si trattava di voci o stime approssimative: era un dato di non conformità ufficiale, registrato mentre l’impianto era ancora in funzione. Per una comunità di frontiera, già provata dalla chiusura, il messaggio è limpido come l’aria che non c’era: nessuna ripartenza vale la pena se si riaccende il camino a qualunque costo ambientale.
Il riavvio della fonderia Magnitude 7 si presenta quindi come un bivio. Da un lato, la promessa di posti di lavoro e di un indotto che nella regione del Bootheel scarseggia. Dall’altro, la necessità di rispettare vincoli che nel 2022 non venivano rispettati. Per essere credibile, la dirigenza dovrà dimostrare di avere un piano di abbattimento delle emissioni e un contratto di fornitura energetica a prezzi ragionevoli. Senza queste due gambe, il rilancio sarà solo un’altra data buttata sul calendario, seguita da un nuovo silenzio.
La vera ripartenza si misurerà su questo doppio binario: elettricità a un costo che non strangoli i margini, e un cielo che torni limpido per chi vive a Marston. Non basta l’annuncio di un’intenzione. Servono certezze scritte, e un orizzonte temporale che vada oltre la prossima campagna elettorale o il prossimo giro di tariffe. Il futuro di Magnitude 7 Metals non si decide solo nelle sale del governo federale, con un modulo sui dazi, ma nel Missouri, con un contratto energetico che regga per almeno un decennio e con un’aria che si possa respirare senza paure. Fino ad allora, ogni lattina di alluminio che ci passa tra le mani racconta un’attesa. E a Marston, di attese, ne hanno già accumulate abbastanza.




