Il Fish and Wildlife Service promuove sette specie a revisione, respingendo le petizioni per altre tre

Chi apre il foglietto illustrativo di una pillola non pensa a una scimmia. Eppure il legame è più stretto di quanto sembri: le macache a coda lunga sono ampiamente utilizzate nella ricerca biomedica di tutto il mondo per la loro somiglianza con gli esseri umani. Per questo, quando il 14 luglio scorso il Fish and Wildlife Service statunitense ha pubblicato gli esiti delle valutazioni a 90 giorni su dieci petizioni per aggiungere specie alle liste di specie minacciate e in pericolo ai sensi dell’Endangered Species Act,
il macaco dalla coda lunga era la voce più delicata sul tavolo.

La scimmia dietro la pastiglia

Secondo la National Association for Biomedical Research, sei dei 25 farmaci da prescrizione più utilizzati sono stati sviluppati con l’aiuto delle macache a coda lunga. In pratica, una parte consistente della farmacia di casa dipende da un animale che quasi nessuno saprebbe riconoscere. La scelta su questa specie, quindi, tocca da vicino un settore che in pochi collegano alla biodiversità.

Se la petizione fosse stata accolta, una listing avrebbe significato la limitazione delle importazioni della scimmia per la ricerca di laboratorio. Uno scenario con effetti immediati e concreti sui costi e sull’operatività dei laboratori. La bocciatura del macaco, però, è solo un tassello.

Sette passano, tre restano fuori

Ma la bocciatura del macaco è solo un tassello. Complessivamente, il FWS ha promosso sette specie alla revisione di 12 mesi: la Cascade red fox, il diamondback terrapin, la lampreda del Goose Lake, il succhiatore del Goose Lake, il tui chub del Goose Lake, la lucciola a cinque anelli e la moffetta maculata delle pianure.

Le altre tre petizioni — per il millepiedi della Valle di Ellett, il macaco dalla coda lunga e l’orso nero della Louisiana — sono state respinte. Non tutte le bocciature hanno lo stesso peso: quella dell’orso nero della Louisiana è passata quasi in silenzio, quella del macaco ha aperto il dibattito per le ricadute sulla ricerca farmacologica.

Le richieste non sono arrivate ieri. La petizione per la Cascade red fox è stata presentata nell’ottobre 2024 dal Center for Biological Diversity, che chiedeva anche la designazione di un habitat critico. Per la moffetta maculata delle pianure, la richiesta di Grasslands Unlimited risale al luglio 2025. Il diamondback terrapin, invece, racconta bene la geografia della valutazione: vive lungo le coste atlantiche e del Golfo in 16 Stati, dal Massachusetts alla Florida e a ovest fino al Texas, ed è l’unica tartaruga nordamericana ad aver scelto le acque costiere salmastre, più salate dell’acqua dolce ma meno di quella marina.

Cosa cambia (e cosa no) da qui a un anno

Da qui la domanda pratica: per chi ha a che fare con queste specie, cosa cambia davvero nei prossimi mesi? La risposta è: poco, e in modo lento. Per le sette specie promosse, il Servizio avvierà una revisione di 12 mesi della specie per stabilire se la listing sia davvero giustificata. Non ci sono tutele immediate: la revisione serve a raccogliere dati, non a imporre vincoli da domani. Per un’impresa, un proprietario terriero o un laboratorio, questo significa nessun nuovo obbligo da rispettare da subito, ma anche un periodo di osservazione durante il quale le carte possono cambiare.

Per la ricerca biomedica, invece, la bocciatura del macaco lascia il quadro operativo invariato: nessun limite nuovo all’importazione, nessun costo aggiuntivo per i laboratori. La decisione, insomma, separa due velocità: da una parte le specie che entrano in un percorso di valutazione approfondita, dall’altra quelle che restano fuori, con motivazioni che hanno poco a che vedere con la biologia e molto con gli interessi in gioco.

Nei prossimi dodici mesi non arriveranno nuove tutele automatiche: solo una revisione accurata. Per i cittadini, l’unica cosa da fare è ricordare che la biodiversità non è un affare per naturalisti, ma tocca anche le scelte che stanno dietro una semplice pastiglia.