Lo studio stima 1,1-5,3 ppm di CO2 rimossa in 60 anni, a 180 dollari per tonnellata
Non è questione di quanto ferro spargi, ma di dove lo fai. Secondo lo studio pubblicato su Nature a fine luglio, un modello biogeochimico oceanico ricco di processi ha quantificato il potenziale di fertilizzazione e l’impatto sugli equilibri oceanici in dieci biomi diversi, su un orizzonte di 60 anni. L’Oceano Meridionale e il Pacifico equatoriale raggiungono le efficienze più alte, ma per percorsi distinti, e il ritorno climatico resta piccolo.
Due bioma, due meccanismi: l’efficienza ha una geografia
Il modello non si limita a calcolare la quantità di ferro da spargere: include rappresentazioni validate della biodiversità e della biogeochimica marina, e permette di isolare i meccanismi che rendono efficiente un bioma. Nell’Oceano Meridionale l’efficienza elevata passa da un trasporto del carbonio a valle non locale: il carbonio fissato nella zona fertilizzata viene esportato lontano dal punto di aggiunta. Nel Pacifico equatoriale, invece, l’efficienza nasce da un export locale accompagnato da una perdita a valle: le fioriture indotte consumano i macronutrienti nell’acqua di origine, sopprimendo la produttività non locale.
In altre parole, lo stesso risultato di efficienza può derivare da un processo che sposta il carbonio lontano o da uno che lo fissa sul posto e poi penalizza l’ambiente circostante. E questo rende la scelta del sito il vero parametro tecnico, non un dettaglio operativo. Ma l’efficienza non è tutto: cosa succede quando si smette di fertilizzare?
Il paradosso del ferro: alta efficienza, rimozione netta quasi irrisoria
La risposta arriva dagli esperimenti di recupero post-fertilizzazione integrati nella simulazione. Sessant’anni di fertilizzazione producono una rimozione netta di CO2 compresa tra 1,1 e 5,3 ppm. Più della metà di quel carbonio viene riemessa entro pochi decenni dalla fine della fertilizzazione. È il punto critico: l’efficienza di processo non si traduce automaticamente in stoccaggio duraturo.
Il paradosso è in parte storico. Tra i metodi di rimozione del carbonio marino, la fertilizzazione con ferro oceanico ha la storia di studio più lunga, ma gli studi condotti finora non erano progettati principalmente per quantificare la durabilità dello stoccaggio del carbonio. E quando la durabilità viene misurata, i numeri si sgonfiano.
Non è solo una questione di carbonio. Nel Pacifico equatoriale la fertilizzazione riduce i flussi di energia verso i livelli trofici superiori, espande le zone a minimo di ossigeno e riduce la biomassa di macrozooplancton. Gli esperimenti di recupero mostrano una resilienza nell’Oceano Meridionale, ma perturbazioni persistenti nel Pacifico equatoriale, dovute alla ritenzione regionale del ferro. In pratica, il bioma che risponde con alta efficienza locale è anche quello che fatica di più a tornare indietro.
Se i numeri sono questi, chi decide se vale la pena farlo comunque?
Dal laboratorio al mercato: governance assente e costi che non scendono
La rimozione del carbonio marino è oggi regolata da trattati e accordi internazionali esistenti che proteggono l’oceano e la vita marina. Sono strumenti nati prima della diffusione del marine CDR: per una regolazione completa e proattiva delle attività di rimozione del carbonio marino potrebbero servire quadri di governance più specifici. Il precedente lo mostra già: il progetto di fertilizzazione oceanica al largo di Haida Gwaii, guidato da Russ George, è stato ritenuto dagli esperti legali internazionali in violazione della Convenzione ONU sulla diversità biologica e della Convenzione di Londra sullo scarico di rifiuti in mare, che vietano entrambe le attività di fertilizzazione oceanica a scopo di lucro.
Anche sul fronte dei costi la distanza dal mercato non si riduce. Il costo livellato del carbonio per un impianto first-of-a-kind di OIF si aggira intorno a 200 dollari per tonnellata di CO2; applicando le curve di apprendimento, i costi prospettici nth-of-a-kind scendono a circa 180 dollari per tonnellata. È un risparmio modesto, non un crollo che cambia l’equazione.
Il mercato sta già mandando segnali. Running Tide ha annunciato di aver avviato la chiusura delle sue operazioni globali: «today we are beginning the process of shutting down Running Tide’s global operations because we are unable to secure the right kind of financing to continue our work with the urgency it requires». La traduzione è semplice: senza il finanziamento giusto, anche un operatore reale smette di lavorare.
Per chi valuta l’OIF come opzione di carbon removal, il trade-off è ora misurabile: una rimozione netta compresa tra 1,1 e 5,3 ppm dopo 60 anni, con ambienti equatoriali che non tornano indietro e costi che non scendono sotto i 180 dollari a tonnellata. La governance specifica non è un optional, è il prerequisito per decidere se il gioco vale la candela.




