Il gestore della miniera ha chiesto e ottenuto di alzare le soglie di arsenico del 10%
Quattro sforamenti in un anno. La risposta del Dipartimento di Qualità Ambientale dell’Arizona non è stata fermare la miniera Pinyon Plain, né imporre restrizioni più severe alle operazioni di estrazione di uranio. È stata accogliere la richiesta del gestore e alzare i livelli di allerta e i limiti consentiti per l’arsenico. Del 10 per cento.
Il pozzo di monitoraggio della miniera — nove miglia dal bordo sud del Grand Canyon, all’interno di un monumento nazionale — ha registrato concentrazioni crescenti di arsenico a partire dal 2025. In quattro occasioni, i valori hanno superato i livelli di allerta previsti dal permesso. Lo scorso 10 luglio, l’ADEQ ha modificato il permesso del programma di protezione della falda acquifera: il livello di allerta sale da 0,04 milligrammi per litro a 0,05 mg/L. Il limite consentito passa da 0,05 a 0,055 mg/L. In entrambi i casi, un incremento del 10 per cento. La richiesta di modifica era stata presentata dal gestore, Energy Fuels Resources Inc.
La logica è lineare, ed è qui che sta il paradosso: se i limiti vengono superati, invece di ridurre l’attività che causa il superamento, si sposta l’asticella. Il sistema di allerta — pensato per segnalare un pericolo alla risorsa idrica — viene ricalibrato per non suonare più così spesso. Resta da capire cosa abbia portato a questa decisione.
L’unica acqua della tribù, l’incertezza dell’EPA
Dietro l’aumento dei limiti c’è una storia di monitoraggio insufficiente e di una risorsa contesa. La miniera opera su una falda acquifera che è l’unica fonte d’acqua per la tribù Havasupai, la cui riserva si trova sul fondo del Grand Canyon. Non ci sono alternative: se quella falda viene contaminata, la tribù perde l’accesso all’acqua potabile. È una dipendenza totale, e questo rende ogni decisione sui limiti di contaminazione una questione che va oltre la tecnica regolatoria.
Uno studio dell’EPA sulla miniera ha riconosciuto che le operazioni di estrazione dell’uranio hanno il potenziale di contaminare le risorse idriche sotterranee locali e regionali, vitali per l’approvvigionamento idrico della riserva. Ma lo stesso studio ha ammesso un punto decisivo: c’è un’incertezza significativa sulla connettività degli acquiferi e sulla direzione del flusso delle acque sotterranee. Il motivo è tecnico e politico al tempo stesso: i pozzi di monitoraggio sono insufficienti. Senza dati adeguati, non si può dimostrare con certezza né che la contaminazione raggiungerà la falda della riserva, né che non lo farà. L’incertezza diventa il terreno su cui l’attività mineraria può continuare: se non si può provare il danno, non lo si può nemmeno prevenire.
Non è la prima volta che i limiti vengono rivisti al rialzo su input del gestore. Già nel luglio 2020, su richiesta della stessa Energy Fuels Resources — che all’epoca chiamava l’impianto Canyon Mine — l’ADEQ aveva accettato di portare il livello consentito di arsenico da 0,05 a 0,055 milligrammi per litro. Sei anni dopo, la dinamica si ripete quasi identica: il superamento dei parametri non innesca un intervento restrittivo sull’attività estrattiva, ma un adeguamento delle soglie. Il precedente del 2020 rende difficile considerare quello del 2026 come un caso isolato. Sembra piuttosto il consolidarsi di un meccanismo: quando i dati di monitoraggio segnalano un problema, si modificano i parametri di riferimento. Non l’attività, ma la sua cornice regolatoria.
La posizione degli Havasupai è nota da anni. La tribù contesta l’operazione mineraria perché insiste sull’unica risorsa idrica di cui dispone. Ma il peso negoziale è asimmetrico: da un lato una società mineraria con risorse legali e tecniche, dall’altro una comunità che dipende interamente da una falda che nessuno — nemmeno l’EPA — riesce a mappare con precisione. Il risultato è che l’incertezza scientifica, anziché suggerire cautela, viene di fatto utilizzata per giustificare la continuità operativa. Resta il dubbio di fondo: stiamo davvero proteggendo quell’acqua?
Il prossimo allarme suonerà più tardi
La miniera continua a operare sulla stessa falda acquifera, con gli stessi pozzi di monitoraggio che l’EPA giudica insufficienti per capire come e dove scorrano eventuali contaminanti. Con soglie di allerta più alte del 10 per cento, i futuri aumenti di arsenico dovranno essere più consistenti prima di far scattare un segnale. E con limiti consentiti più alti, anche il margine tra allerta e intervento si assottiglia. Che segnale manda questa scelta per il monitoraggio futuro? Che il sistema di controllo, nato per proteggere la risorsa idrica, può essere aggiustato per adattarsi all’attività che dovrebbe tenere sotto controllo. Non il contrario.
La prossima volta che l’arsenico salirà, il campanello d’allarme suonerà più tardi. Forse troppo tardi.




