Il fuoco si è concentrato in una regione, un terzo dei roghi ha colpito le aree protette Natura 2000.
Nel 2025 la Sicilia ha visto bruciare 50.690 ettari di territorio, più del triplo dei 17.547 del 2024. E 16 dei 20 comuni italiani con oltre 1.000 ettari andati in fumo sono siciliani. Il dato emerge dal report incendi di Legambiente pubblicato a metà luglio. Il 2025 non è stato un anno di incendio diffuso sul territorio nazionale: è stato un anno di fuoco concentrato.
A livello nazionale sono bruciati 96.517 ettari, quasi il doppio rispetto ai 50.525 del 2024 — l’equivalente di circa 135.178 campi di calcio. Un raddoppio che arriva dopo un 2024 che sembrava già severo. Ma la media nazionale racconta solo metà della storia: il dato più rilevante non è quanto è bruciato, ma dove.
L’epicentro Sicilia: 50.690 ettari e una geografia dei comuni colpiti
La Sicilia da sola ha perso più della metà del totale nazionale. Gli incendi del 2025 hanno coinvolto complessivamente 637 comuni: di questi, 20 hanno registrato oltre 1.000 ettari di territorio percorso dal fuoco, e 16 sono situati in Sicilia. Nessun’altra regione presenta una concentrazione paragonabile. È il dato che rompe la narrazione degli incendi come fenomeno uniforme legato al clima: il clima scalda tutta la penisola, ma il fuoco si addensa in una regione. La geografia del 2025 non è stata dettata solo dalle temperature: la concentrazione in una sola regione indica un problema di prevenzione e gestione del territorio.
I segnali erano visibili già nella prima parte dell’anno. Secondo i dati di Legambiente, dall’1 gennaio al 18 luglio 2025 si erano verificati 653 roghi che avevano devastato 30.988 ettari di territorio, con una media di 3,3 incendi al giorno e una superficie media bruciata di 47,5 ettari. Già a metà luglio, prima del picco estivo, un terzo del totale annuale era stato raggiunto: non era un anticipo dell’estate, era l’estate già in corso.
Il paradosso della Rete Natura 2000: un terzo dei roghi nelle aree protette
Se la Sicilia è l’epicentro territoriale, il secondo dato strutturale riguarda le aree che dovrebbero essere più tutelate. Nel 2025 la superficie bruciata all’interno della Rete Natura 2000 è stata di 27.210 ettari, pari a quasi un terzo del totale nazionale e all’equivalente di 38.109 campi di calcio. Le aree più preziose dal punto di vista ecologico sono state anche le più esposte. Il paradosso non è marginale: significa che la rete di protezione non ha protetto, e che il sistema di prevenzione si è rivelato assente proprio dove serviva di più.
Il cortocircuito diventa meno sorprendente guardando alla gestione forestale. Solo il 20% dei boschi italiani ha un piano di gestione, secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano. La mancanza di pianificazione si traduce in carico di combustibile, superfici abbandonate e corridoi di propagazione. A questo si aggiungono i numeri relativi al 2025. Secondo il monitoraggio di ISPRA, dal 1° gennaio al 31 dicembre sono stati percorsi da incendio 123,06 km² di superficie boschiva. E su 1.897 grandi incendi boschivi con superficie superiore a un ettaro catalogati dal sistema EFFIS, 912 casi — il 48% — hanno interessato ecosistemi forestali. Quasi la metà dei grandi incendi colpisce il bosco vero e proprio: non sterpaglie, non terreni agricoli, ma ecosistemi forestali.
Il totale del 2025 è stato quantificato anche in 100mila ettari attraversati dalle fiamme. La differenza rispetto ai 96.517 ettari del report Legambiente dipende dai perimetri di calcolo; la scala è la stessa: un ordine di grandezza che nel 2024 non si era nemmeno avvicinato.
Il 2026 è già cominciato: strategia Ue e numeri da monitorare
Il 2025 è stato la peggiore stagione di incendi boschivi mai registrata in Europa, secondo la Commissione europea. E la risposta è arrivata: lo scorso 25 marzo Bruxelles ha presentato una nuova strategia integrata di gestione del rischio di incendi boschivi. Nel frattempo, il 2026 ha già dato i primi segnali: i primi incendi sono stati registrati già nei mesi invernali e primaverili, come riportato in un’analisi pubblicata su gdc.ancidigitale.it. La stagione degli incendi non è più un’emergenza estiva: è un processo annuale.
La domanda resta aperta: basterà la strategia europea a invertire la curva, o la Sicilia del 2025 è solo l’anteprima? Il dato da tenere d’occhio non è l’estate, ma i mesi invernali e primaverili: se il 2026 ha già cominciato a bruciare prima della stagione estiva, il benchmark è già definito. E se la traiettoria siciliana si ripete, i 100mila ettari del 2025 rischiano di diventare la nuova normalità, non il picco.




