Hyundai ha rimosso 320 tonnellate di rifiuti in cinque anni, ma l’inquinamento marino resta enorme
Lo scorso 9 luglio, una cinquantina di persone tra dipendenti Hyundai, studenti e residenti ha raccolto circa 40 chilogrammi di rifiuti su una spiaggia di İzmit, in Turchia. In quella stessa occasione il marchio coreano ha tirato le somme di cinque anni di collaborazione con la fondazione Healthy Seas: in dieci paesi sono state rimosse 320,9 tonnellate di rifiuti marini. Un numero che Hyundai celebra come un successo, ma che va letto con cautela.
Quanto pesano davvero 320 tonnellate?
In media 64 tonnellate l’anno. Visto da solo il dato sembra importante, ma la portata globale dell’inquinamento marino da plastica costringe a ridimensionare. Le attività di Healthy Seas sono puntiformi: l’evento di İzmit, con cinquanta volontari e 40 chili raccolti, è l’emblema di un impegno reale ma faticoso e di impatto contenuto. La pulizia di allevamenti ittici abbandonati in Grecia può produrre quantità superiori, ma il modello resta quello dell’intervento locale. Trecentoventi tonnellate in cinque anni sono meglio di zero, ma non bastano a invertire alcuna tendenza.
Hyundai contro Kia: chi pulisce meglio?
A prima vista raccogliere reti fantasma e plastiche sulle spiagge sembra volontariato, non una strategia industriale. Ma il quadro cambia se si guarda al concorrente diretto. Kia, marchio gemello sotto Hyundai Motor Group, ha imboccato una strada opposta. Già nel 2022 ha firmato un accordo di partnership globale di sette anni con The Ocean Cleanup, l’organizzazione olandese che sviluppa tecnologie per intercettare la plastica nei fiumi e negli oceani. L’approccio è incentrato sulla cattura del rifiuto prima che si disperda, usando barriere galleggianti e sistemi automatizzati.
Hyundai, al contrario, punta su pulizia manuale ed educazione. La collaborazione con Healthy Seas ha già raggiunto 4.861 partecipanti con iniziative formative in Europa; nel 2024 ha ripulito tre allevamenti ittici abbandonati in Grecia e organizzato decine di eventi di volontariato aziendale. La logica è quella della rimozione concreta, non dell’intercettazione preventiva.
Le due strategie non si confrontano in tonnellate — Kia non ha mai diffuso dati omogenei su quanto è stato raccolto grazie alla sua tecnologia — ma nella visione di lungo periodo. Mentre il marchio gemello scommette su una soluzione che promette di ridurre la plastica oceanica a monte, Hyundai costruisce un racconto di comunità e di “mani in mare”. Per un costruttore che vende milioni di veicoli l’anno, la domanda diventa se sia più efficace rimuovere 320 tonnellate in cinque anni o investire in una tecnologia che potrebbe impedirne l’arrivo di quantità molto maggiori.
Dal mare al listino: il green che fa vendere
Perché due case automobilistiche investono nella pulizia degli oceani? La risposta è nel posizionamento di marca. In un mercato dove la sostenibilità può spostare le scelte d’acquisto — e dove le normative europee impongono una mobilità a basse emissioni — mostrarsi attivi nella conservazione ambientale serve a differenziarsi. Hyundai sceglie un approccio “dal basso”, fatto di volontariato e radicamento locale; Kia punta su un progetto tecnologico di ampia portata.
Nessuna delle due ha finora comunicato se e come i rifiuti raccolti vengano integrati nei propri veicoli, né se la partnership abbia influito sulle vendite. L’impressione è che la pulizia dei mari serva più ad arricchire il racconto aziendale che a produrre un impatto misurabile sugli ecosistemi. Il prossimo bilancio di sostenibilità sarà il vero banco di prova: non conteranno le tonnellate rimosse, ma quanti clienti assoceranno il marchio Hyundai a un pianeta più pulito.




