Il tribunale ha giudicato ingannevoli cinque affermazioni ambientali dell’azienda, ordinando la rimozione dal sito e dai social

Davanti allo scaffale dell’acqua, prendi la bottiglia con la fogliolina verde e la scritta “impatto zero”. Ti chiedi: sarà vero? Probabilmente no, e un tribunale lo ha appena detto con chiarezza. Lo scorso 8 luglio, il Tribunale di Venezia ha accolto il ricorso di Codici, l’associazione dei consumatori, inibendo ad Acqua Minerale San Benedetto l’utilizzo di cinque asserzioni ambientali e ordinandone la rimozione dal sito web e dai social network. Ma cosa succede, nel concreto, quando qualcuno contesta queste etichette? Il caso San Benedetto aiuta a capirlo.

Il tribunale ha detto basta

Il decreto dell’8 luglio non è arrivato a sorpresa. L’azione promossa da Codici riguardava l’uso di cinque affermazioni ambientali da parte di Acqua Minerale San Benedetto. Il tribunale ha accolto il ricorso e ha disposto l’inibizione delle asserzioni, ordinandone la rimozione dal sito web e dai social network dell’azienda. «Questa vittoria contro il greenwashing conferma l’importanza del nostro impegno a tutela dei consumatori», ha dichiarato Ivano Giacomelli, Segretario Nazionale di Codici. «Non si tratta di una battaglia ideologica, ma di una questione economica e di corretto funzionamento del mercato».

La parte più interessante è il ragionamento. Il tribunale ha stabilito che le affermazioni ambientali sono ingannevoli quando misure specifiche – bottiglie più leggere, plastica riciclata – vengono gonfiate in un’immagine generale di sostenibilità aziendale. In pratica: puoi dire di aver alleggerito una bottiglia, ma non puoi trasformare quel singolo intervento in una patente di “impatto zero”. Il tribunale ha però accolto solo in parte l’azione: ha preservato il marchio Ecogreen e le affermazioni collegate al codice QR. La decisione si inserisce in una scia già tracciata: nel 2017, con la sentenza n. 1960 del 27 aprile, il Consiglio di Stato aveva accolto il ricorso dell’AGCM, ribadendo un principio fondamentale: le affermazioni ambientali devono essere supportate da prove attendibili, indipendenti e verificabili.

San Benedetto ha reagito senza polemiche. A metà luglio l’azienda ha modificato etichette e confezioni dell’acqua minerale, oltre a sito web e pubblicità, rimuovendo le affermazioni green sulle bottiglie Ecogreen che ne dichiaravano l’assenza di impatto ambientale. E ha fatto sapere di accogliere il decreto del Tribunale di Venezia con spirito costruttivo.

Cosa cambia per chi compra (e per chi vende)

Non è la prima volta che in Italia si interviene contro il greenwashing, e probabilmente non sarà l’ultima. Già nel 2012, l’AGCM aveva sanzionato Ferrarelle con 30.000 euro per la campagna “Ferrarelle a Impatto Zero”, giudicata pratica commerciale scorretta: l’azienda sosteneva che l’acqua da 1,5 litri fosse priva di impatto sull’ambiente. E secondo l’indice ACU “Greenwashing in Italia 2023-2026”, Coca-Cola è tra i tre brand a più alto rischio di greenwashing, insieme a Ita Airways (molto alto) ed Eni (alto).

Un passaggio tecnico merita attenzione, perché riguarda da vicino chi compra. Secondo il Collegio, l’attività dell’AGCM e l’azione inibitoria collettiva perseguono finalità differenti e operano su piani autonomi: l’esercizio dei poteri pubblicistici dell’Autorità non comprime il diritto delle associazioni dei consumatori di chiedere al giudice l’accertamento dell’illiceità delle pratiche commerciali e la loro inibizione. In parole semplici: anche quando l’Antitrust interviene con le sue sanzioni, le associazioni come Codici possono autonomamente portare un’azienda davanti a un tribunale. Per chi compra significa che esistono più strade per ottenere trasparenza, e che il controllo non dipende solo dall’iniziativa pubblica.

Per chi compra, il messaggio pratico è semplice: una fogliolina verde sull’etichetta non basta più. Le aziende, se vogliono comunicare un beneficio ambientale, devono poterlo dimostrare con dati attendibili, indipendenti e verificabili. E i consumatori, da parte loro, possono verificare: controllare le dichiarazioni, cercare le prove – per esempio dietro ai codici QR, che nel caso San Benedetto sono stati preservati – e, se serve, segnalare le pratiche sospette alle associazioni o all’Antitrust. La prossima volta che prendi una bottiglia “green”, fermati un attimo: chiediti se c’è una prova dietro quella promessa. Perché, come insegna San Benedetto, le parole sull’etichetta non bastano più: ora servono dati verificabili, e i consumatori hanno strumenti per pretendere trasparenza.