Il ddl 1552 modifica la legge sulla tutela della fauna senza rispondere ai rilievi europei

Oltre sei mesi dopo la lettera di Bruxelles, il disegno di legge 1552 continua il suo cammino parlamentare senza che Roma abbia mai fornito una risposta ufficiale alle osservazioni della Commissione europea. Come rivela Greenreport, la Commissione sta seguendo «attentamente» l’evoluzione del provvedimento, mentre il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida liquida le obiezioni come «questioni da burocrati». Un silenzio che, per Bruxelles, non è più un dettaglio.

L’avvertimento ignorato

Lo scorso dicembre, la Commissione europea ha inviato al governo italiano una lettera che segnalava criticità rilevanti rispetto alla compatibilità del ddl con le Direttive Uccelli e Habitat. Il provvedimento, che modifica la legge 157/1992 sulla tutela della fauna selvatica, punta a introdurre norme più permissive per l’attività venatoria. Eppure l’esecutivo non ha mai replicato nel merito. Rispondendo a un’interrogazione parlamentare al Senato, lo stesso Lollobrigida ha definito quelle osservazioni provenienti da Bruxelles «questioni da burocrati», sminuendo apertamente la posizione europea.

Una scelta che non è passata inosservata. Il 29 giugno il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli ha dichiarato senza mezzi termini: «Sul ddl caccia il governo sta giocando con il fuoco e rischia di violare le direttive europee su habitat, uccelli e biodiversità». Parole che anticipano la linea di chi, dall’altra parte del tavolo, si sta muovendo su un piano diverso dalle polemiche politiche.

I divieti che l’Italia intende superare

Per capire la preoccupazione della Commissione basta scorrere la Direttiva Uccelli. Il testo vieta l’uccisione deliberata di specie di uccelli selvatici, prescrive regole severe per la caccia e proibisce il disturbo deliberato significativo, in particolare durante la riproduzione e l’allevamento. Inoltre, impone limiti stringenti alla detenzione, al trasporto e alla vendita di esemplari prelevati dalla natura. Sono divieti tassativi, pensati per proteggere tutte le specie selvatiche presenti nell’Unione e i loro habitat più importanti. Il ddl 1552, stando alle osservazioni della lettera di dicembre, rischia di allentare proprio questi paletti, aprendo a un ampliamento della caccia che secondo Bruxelles confligge con il quadro normativo europeo.

La scure di Bruxelles è pronta?

La Commissione non si è fermata alla lettera di sette mesi fa. «Siamo in contatto con le autorità italiane e stiamo seguendo attentamente la questione», ha dichiarato nei giorni scorsi la portavoce Anna-Kaisa Itkonen, come riporta l’ANSA. Parole calibrate, che però segnalano un monitoraggio attivo e un dialogo che assomiglia sempre di più a un pre‑contenzioso. La lettera di dicembre costituisce un passaggio previsto dalla cooperazione tra Stati membri e istituzioni europee: quando un progetto di legge solleva dubbi di compatibilità, la Commissione chiede chiarimenti. Nessuno è arrivato.

In assenza di una risposta puntuale, l’esecutivo comunitario può passare alla fase successiva, inviando un parere motivato — l’anticamera formale del ricorso alla Corte di giustizia. È il meccanismo ordinario: il silenzio prolungato impedisce di evitare l’escalation, trasformando un conflitto politico in un caso legale. Non ci sono scadenze pubbliche, ma ogni giorno senza replica avvicina quella possibilità.

Il numero da tenere d’occhio, ora, non sono le specie da cacciare ma i giorni che separano il governo da una procedura d’infrazione. Se il silenzio si prolunga, l’infrazione diventa probabile. E allora l’Italia scoprirà che le «questioni da burocrati» possono costare molto più di un carteggio.