Generation R raddoppia il senso di appartenenza, ma resta il divario con chi sogna di partire.
Nel 2024, il 69% dei ragazzi che vivono nelle comunità del cacao ha dichiarato di volersene andare. Sette su dieci. Il dato, raccolto da Luker Chocolate con uno studio di riferimento condotto l’anno scorso tra le regioni produttrici del paese, non parla di un’insoddisfazione passeggera: racconta l’intenzione lucida di lasciare la terra, la famiglia e una filiera agricola che la Colombia ha provato a usare come leva di sviluppo e pacificazione dopo decenni di conflitto armato. Se quei sette su dieci dovessero davvero partire, a svuotarsi non sarebbero solo i villaggi. Andrebbe in pezzi l’idea che il cacao possa ancorare le nuove generazioni al territorio.
Un’emorragia silenziosa, con numeri da allarme rosso
La propensione alla fuga non è una sorpresa per chi conosce la demografia agricola colombiana. Già nel 2019, l’indagine nazionale sull’agricoltura segnalava un’anomalia difficile da ignorare: solo il 3 per cento dei produttori agricoli aveva tra i 13 e i 28 anni. In pratica, nelle campagne colombiane un coltivatore su trenta poteva essere considerato giovane. Tutti gli altri avevano superato la mezza età, quando non erano già anziani. La situazione colombiana, del resto, è la fotografia esasperata di un problema globale: l’età media dei coltivatori di cacao e caffè, in tutto il mondo, supera i 50 anni. Non è un dettaglio sociologico, è un orizzonte produttivo che si accorcia a vista d’occhio. Se non c’è ricambio, intere filiere rischiano di spegnersi insieme all’ultima generazione che ha tenuto in mano una machete.
Eppure, proprio da questa emergenza è nata una risposta. Una di quelle che è meglio guardare senza farsi incantare dai numeri iniziali, perché la distanza tra un pilota ben riuscito e un cambiamento strutturale è la stessa che separa un farmaco sperimentale da una terapia di massa.
Generation R, l’esperimento che prova a invertire la rotta
Di fronte a una simile diaspora annunciata, Luker Chocolate ha lanciato Generation R, un programma pensato per ricostruire il legame tra i giovani e le comunità del cacao in quattro regioni: Tumaco, Necoclí, Gigante e Villanueva. Finora l’iniziativa ha raggiunto quasi 2.000 ragazzi. Pochi, se paragonati alla platea potenziale di un intero paese. Abbastanza, però, per ottenere un primo riscontro che ha il merito di essere misurato e non soltanto raccontato.
Nel corso del pilota condotto nel 2025, la quota di giovani che esprimeva un senso di appartenenza forte al proprio territorio è passata dal 19 al 38 per cento. Raddoppiata. Non è una vittoria definitiva, ma è un segnale che smonta l’idea — molto diffusa, molto pigra — secondo cui l’abbandono delle campagne sarebbe un destino inevitabile. L’interesse per le filiere produttive rurali, cacao incluso, è salito dal 44 al 63 per cento. Significa che quasi due terzi dei partecipanti hanno iniziato a guardare al lavoro agricolo non più come a una condanna, ma come a un’opzione concreta. Generation R non ha distribuito soltanto sementi o formazione tecnica: ha provato a intervenire sulle ragioni profonde che spingono un ragazzo di Necoclí a guardare altrove — disoccupazione cronica, assenza di prospettive educative, insicurezza fisica ed economica. Le stesse ragioni, per inciso, che spingono migliaia di colombiani verso Messico, Stati Uniti e Spagna, mete ormai consolidate delle rotte migratorie giovanili.
Ma il successo del pilota apre interrogativi più ampi. Generation R ha lavorato su meno di duemila persone. Il paese ha bisogno di trattenere decine di migliaia di giovani ogni anno per evitare che la base produttiva si assottigli fino a scomparire. E ripetere su larga scala un intervento che si è dimostrato efficace in condizioni controllate è esattamente il momento in cui la gran parte dei bei progetti si ferma. Non per cattiva volontà, ma perché scalare costa, richiede infrastruttura, personale formato, continuità di finanziamento e una presenza territoriale che nessuna azienda, da sola, può garantire all’infinito.
Il cacao come strumento di pace: missione impossibile senza i giovani
Perché trattenere i giovani non è solo un problema aziendale, ma nazionale. Lo ha spiegato bene il World Resources Institute in un’analisi che lega il cacao colombiano allo sviluppo rurale e al consolidamento della pace nelle regioni remote che per anni sono state teatro di conflitto. In aree come Tumaco, dove la violenza ha svuotato intere generazioni, il cacao è stato piantato anche con l’ambizione di offrire un’alternativa all’economia illegale. Funziona solo se quella terra resta abitata, curata e raccolta da qualcuno. Se i ventenni se ne vanno, non resta nessuno a cui passare il testimone. La filiera si spegne e con lei si spegne un pezzo di quel disegno — ambizioso, forse un po’ ingenuo — che vedeva nei semi di cacao una frontiera della ricostruzione sociale.
E mentre il cacao colombiano prova a diventare un’ancora, la domanda resta: basterà? I numeri di Generation R sono incoraggianti, ma il divario tra il 69 per cento di aspiranti migranti e la tenuta di un modello che vuole trattenerli resta incolmabile. Un pilota raddoppia il senso di appartenenza; la realtà, fuori dal perimetro protetto del programma, continua a offrire biglietti per Medellín, Città del Messico o Madrid. E non servono incentivi simbolici per competere con la promessa, vera o presunta, di una vita altrove. Servono strade, scuole, connessioni internet, sicurezza reale. Tutto ciò che un’azienda di cioccolato non può costruire da sola.
Il futuro del cacao colombiano è nelle mani di chi oggi ha vent’anni. E la strada è ancora in salita.




