Il 43% del gas UE potrebbe essere bloccato dalle norme sul metano in vigore dal 2024
Il 43% del gas importato dall’Unione Europea potrebbe essere bloccato dalle regole sul metano in vigore da quasi due anni. Il dato — contestato da diversi funzionari comunitari — arriva da uno studio sostenuto dall’industria del GNL americano e reso pubblico nei giorni scorsi da Politico. Non è Bruxelles a lanciare l’allarme, ma chi quel gas lo vende. Il messaggio implicito è tanto semplice quanto paradossale: applicate l’etichetta ambientale e perderete le nostre forniture. Come se il macellaio ti consigliasse di non guardare la provenienza della carne.
Lo studio mette sul piatto una cifra a effetto — il 43% del gas e l’87% del greggio importato dall’UE sarebbero a rischio — e lo fa con un tempismo che non può passare inosservato. Le norme europee sul metano sono legge dall’agosto 2024, ma è solo ora, con l’avvicinarsi della piena applicazione, che la pressione dell’industria americana si fa più insistente.
L’allarme di chi vende gas
Dietro lo studio non c’è un istituto indipendente ma un committente con interessi molto concreti: l’industria del gas naturale liquefatto statunitense, che nell’ultimo decennio ha costruito sull’Europa il suo principale mercato di sbocco. Un dirigente di una grande compagnia petrolifera americana, citato da Politico senza farne il nome, ha spiegato la strategia senza troppi giri di parole: «Solo quando non siamo riusciti a fare progressi lì ci siamo rivolti all’amministrazione per dire: “Potete aiutarci?”». Quell’amministrazione è quella di Donald Trump, e il destinatario della richiesta è chiaro: fare pressione su Bruxelles per via diplomatica.
Non è una novità assoluta. Già nel giugno 2025, un’analisi di InfluenceMap segnalava come l’industria dei combustibili fossili stesse intensificando gli sforzi per indebolire la politica europea sul metano. L’anno scorso lo scenario era in fase di costruzione; oggi, con il quadro normativo definito e le scadenze che si avvicinano, la mobilitazione è entrata nella fase operativa.
Il paradosso è tutto qui: a chiedere un allentamento delle regole non sono i compratori, che potrebbero temere un rialzo dei prezzi o una scarsità di forniture, ma i venditori. I quali, implicitamente, stanno ammettendo che una parte consistente del loro prodotto potrebbe non superare i requisiti ambientali che l’Europa ha deciso di darsi.
Bruxelles non arretra, e la Norvegia ringrazia
La risposta dell’Unione Europea, per ora, è stata un muro. Il commissario europeo all’Energia, il danese Dan Jørgensen, ha respinto pubblicamente qualsiasi ipotesi di riaprire il regolamento sul metano. Il messaggio politico è netto: le regole ci sono, sono state approvate, e vanno applicate. Non si torna indietro.
E qui entra in gioco il dato che spiega meglio di ogni dichiarazione politica perché la partita sia così aspra. Secondo un’analisi del Berkeley Research Group, le emissioni di gas serra del GNL statunitense sono superiori del 38% rispetto al gas che arriva dalla Norvegia — e del 4% rispetto a quello azero. In pratica, per ogni kilowattora di energia generato, il gas americano lascia nell’atmosfera più metano di quello norvegese. Il metano, va ricordato, è un gas serra con un potenziale di riscaldamento globale circa 80 volte superiore a quello della CO₂ su un orizzonte di vent’anni.
Il regolamento europeo (EU/2024/1787), entrato in vigore il 4 agosto 2024, impone ai produttori di misurare, dichiarare e ridurre le emissioni di metano lungo tutta la filiera. Non è un divieto di importazione mascherato, ma uno standard di trasparenza che di fatto penalizza chi estrae e trasporta gas con perdite elevate. Ed è qui che gli Stati Uniti scoprono di avere un problema competitivo: il loro GNL, per come viene prodotto e trasportato oggi, ha un’impronta di metano più pesante di quella di concorrenti diretti come la Norvegia.
Non sorprende che Oslo osservi la vicenda con una certa serenità. Equinor, il colosso energetico norvegese a controllo statale, ha da anni investito nell’elettrificazione delle piattaforme e nella riduzione delle perdite di metano. Il risultato è un gas che, a parità di energia, emette meno. In un mercato dove il prezzo si misurava quasi solo in dollari per milione di BTU, sta entrando una seconda variabile: i grammi di metano per kilowattora. E su quella variabile, la Norvegia parte avvantaggiata.
Il punto non è se il regolamento europeo sopravviverà alle pressioni — la Commissione sembra determinata a non riaprirlo almeno fino alla revisione prevista per il 2028 — ma chi sarà in grado di rispettarlo senza dover rinunciare a quote di mercato. Il 38% di emissioni in più rispetto al gas norvegese non è un dettaglio tecnico: è un differenziale competitivo che, in un mercato regolato da standard ambientali, si traduce in un vantaggio commerciale.
La prossima mossa: certificare o ritirarsi
Con le regole blindate dall’UE almeno per i prossimi due anni, all’industria americana restano due strade. La prima è continuare sulla via diplomatica, sperando che la futura revisione del 2028 ammorbidisca i requisiti. La seconda — quella che alcuni produttori stanno già esplorando — è investire in sistemi di monitoraggio e riduzione delle perdite di metano per dimostrare, contratto per contratto, che il proprio GNL può competere anche sul piano ambientale.
Sarà una corsa contro il tempo. I grandi acquirenti europei, dalle utility tedesche ai trader francesi, stanno già inserendo clausole ambientali nei contratti a lungo termine. Chi non potrà certificare la propria impronta di metano rischia di vedersi chiudere le porte non da Bruxelles ma dal mercato stesso. La domanda non è più se qualcuno resterà indietro, ma chi.
Il prezzo del GNL, d’ora in poi, si misurerà anche in grammi di metano per kilowattora.




