Architetta e urbanista, è stata direttore generale della Valutazione d’Impatto Ambientale dal 1998 al 2002
Per vent’anni ha diretto le valutazioni di impatto ambientale delle opere pubbliche italiane, quelle che nessuno vede ma che decidono se una diga, un’autostrada o un ponte si faranno o meno. Poi, da malata, ha continuato a dare battaglia contro il progetto più controverso del paese. Maria Rosa Vittadini è morta il 17 aprile 2025, lo scorso anno, nella sua casa alla Giudecca, ma la notizia, diffusa soltanto nei giorni scorsi da La Nuova Ecologia, ha riacceso i riflettori su una figura che ha sempre messo i numeri davanti agli slogan. Con lei rischia di spegnersi quella voce tecnica che per decenni ha reso l’ambientalismo italiano qualcosa di più di una raccolta di petizioni.
Una vita a valutare l’invisibile
Architetta e urbanista, docente allo IUAV di Venezia, Vittadini era specializzata in pianificazione dei trasporti e in quell’intreccio tra mobilità e disegno dello spazio pubblico che raramente trova spazio nel dibattito politico. Ma sono stati i numeri a renderla un punto di riferimento, più ancora dei proclami. Tra il 1998 e il 2002 è stata Direttore Generale del Servizio di Valutazione dell’Impatto Ambientale del Ministero dell’ambiente, il luogo esatto in cui si decideva quali opere potessero nascere e quali no. Poi, dal 2006 al 2009, ha fatto parte del Nucleo di Valutazione delle Opere Pubbliche della regione Val d’Aosta, continuando a setacciare progetti con lo stesso rigore.
Chi l’ha conosciuta racconta di una studiosa che non concedeva nulla all’approssimazione. Le sue valutazioni partivano dai dati e arrivavano a conclusioni spesso scomode, perché dimostrare sulla base dei numeri l’inutilità di una grande opera significa scontrarsi con chi quell’opera la vuole, e la vuole in fretta. Eppure, quando il male l’ha colpita, la sua attenzione si era già spostata sull’opera più divisiva del paese.
Una malata contro il Ponte
La riproposizione del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina da parte del Ministro Salvini ha riportato Vittadini al centro di una battaglia che pensava forse conclusa. Ed è qui che la sua parabola personale incrocia la cronaca politica più dura. Già gravemente malata, stando a quanto riportato da Greenreport, chiedeva, si informava, contribuiva con idee e suggerimenti per contrastare un progetto che continuava a ritenere inutile e impattante. Non scriveva lettere ai giornali, non cercava visibilità: preparava memorie tecniche, metteva a disposizione la sua competenza a chi cercava argomenti solidi per opporsi.
La distanza tra quel corpo malato e la forza di un’analisi che non concedeva sconti è la misura esatta di cosa significhi anteporre il rigore alla convenienza. Il Ponte, nel frattempo, va avanti. Le procedure autorizzative proseguono, i cantieri si avvicinano, e la politica sembra aver già deciso che l’impatto ambientale è una variabile secondaria rispetto alla promessa di sviluppo. Vittadini rappresentava l’eccezione: una voce che non diceva “no” per partito preso, ma perché i conti non tornavano. E quando i conti non tornano, chi li ha fatti diventa un ostacolo.
Ora che non c’è più, chi alzerà la voce con la stessa credibilità scientifica? La domanda non riguarda solo il Ponte sullo Stretto. Riguarda tutte le grandi opere che il paese progetta, sblocca, finanzia senza che qualcuno abbia davvero valutato se servono e cosa distruggono. La Valutazione di Impatto Ambientale è uno strumento tecnico, ma il suo destino è politico: se a dirigerla non ci sono più figure come Vittadini, il rischio è che diventi un passaggio burocratico da timbrare, non un momento di verifica reale.
L’eredità in cerca di eredi
Angelo Bonelli, nel ricordarla lo scorso aprile su Agenparl, l’ha definita «un punto di riferimento autorevole dell’ambientalismo scientifico». La definizione è precisa, e proprio per questo spietata: i riferimenti, per definizione, sono insostituibili. Morta a Venezia nell’aprile del 2025, Vittadini lascia un vuoto che non si colma con le dichiarazioni di cordoglio né con le intitolazioni. Si colmerebbe formando tecnici capaci di fare valutazioni altrettanto rigorose, ma il paese non sembra andare in quella direzione.
La transizione ecologica ha fame di competenze, non di proclami. Ha bisogno di persone che sappiano leggere una VIA, non di influencer che postano foto di ghiacciai. E i tecnici, a volte, muoiono senza aver visto riconosciuto il proprio lavoro. Vittadini è una di questi. Dietro ogni grande opera mancata o imposta, ci sono valutazioni che qualcuno ha fatto con rigore. Quando quelle voci tacciono, resta solo il rumore della politica.




