Il 94% dei votanti aveva respinto i nuovi reattori nel 2011, ma ora la Camera ha approvato il disegno di
Lo scorso 4 giugno, la Camera dei Deputati ha approvato con 155 voti a favore, 86 contrari e 8 astenuti il disegno di legge presentato dal governo Meloni per riportare l’Italia all’energia nucleare. Quindici anni dopo che il 94% degli elettori aveva detto no a nuovi reattori, la politica ha deciso di voltare pagina. È una frattura tra rappresentanza e volontà popolare che non ha precedenti nella storia repubblicana su un tema industriale di questa portata.
L’Italia aveva spento le sue ultime due centrali operative — Caorso e Trino Vercellese — nel 1990, quattro anni dopo Chernobyl e in piena sindrome post-incidente. Da allora il Paese è rimasto senza produzione elettronucleare, mentre il resto d’Europa seguiva traiettorie divergenti. Nel giugno 2011, con un’affluenza superiore al 57%, il 94% dei votanti respinse la costruzione di nuovi reattori: un plebiscito che qualunque forza politica, fino a ieri, considerava vincolante. Oggi quel vincolo è stato sciolto da una maggioranza risicata, figlia più della disciplina di coalizione che di una reale convergenza. Dietro il voto non c’è solo un calcolo di poltrone: c’è una cornice europea che fa da alibi a una scelta impopolare.
L’Europa come specchio
L’Italia non è sola nel ripensare il nucleare. La Svezia ha ribaltato una decisione presa quattro decenni fa di abbandonare la tecnologia, mentre il Belgio sta completando un’inversione di rotta dopo anni di riluttanza a investire nel settore. La Francia, che genera circa il 65% della propria elettricità da fonte nucleare, rappresenta il modello di riferimento per chi sostiene che senza atomo la decarbonizzazione resti un esercizio retorico.
Ma il percorso italiano parte da un punto opposto rispetto a Stoccolma o Bruxelles. Quei Paesi hanno una filiera attiva, reattori funzionanti, competenze tecniche accumulate per decenni. L’Italia no: ha smantellato tutto dopo il 1990 e ha sancito l’addio con un referendum che, per ampiezza del fronte contrario, non ha eguali in Europa. Ricostruire da zero, in un Paese dove ogni infrastruttura energetica incontra resistenze locali feroci, è un’operazione che richiede non solo capitali ma un consenso che al momento non esiste. I numeri del mercato e della fisica, del resto, restano ostinati.
Il conto dei sogni atomici
I dati raccontano una storia diversa rispetto alle dichiarazioni di chi vede nel nucleare la soluzione a tutti i mali energetici italiani. In Europa, la quota di elettricità prodotta da fonte nucleare è scesa da circa un terzo nel 1990 a una media del 15%. Il declino è strutturale: gli impianti invecchiano, i costi di costruzione dei nuovi reattori sono esplosi, e il tempo medio per portare a termine un progetto nucleare — quando va bene — si misura in decenni. Chi promette reattori operativi in pochi anni sta parlando d’altro, oppure mente sapendo di mentire.
Poi ci sono i prezzi, il termometro più affidabile per chi non si accontenta delle dichiarazioni di principio. In Germania, che ha spento le sue ultime centrali e si è buttata sulle rinnovabili, i contratti futures per l’elettricità del mese successivo quotano cinque volte i prezzi francesi. È un divario che i sostenitori del nucleare brandiscono come prova definitiva: senza atomo, dicono, le bollette volano. Ma il confronto tedesco-francese è più complicato di così. La Francia ha un parco nucleare costruito decenni fa con soldi pubblici, ammortizzato da tempo, e gestito da un monopolio di Stato. Replicare quel modello oggi, con tassi d’interesse ben diversi e senza una base industriale preesistente, significa caricare sui contribuenti e sui consumatori costi che nessuno ha ancora quantificato con onestà.
La legge appena approvata non contiene stime di spesa, non fissa un cronoprogramma verificabile, non dice chi pagherà la costruzione delle nuove centrali né quali territori le ospiteranno. Individua una direzione, ma lascia a decreti attuativi e future negoziazioni tutto ciò che conta davvero: le risorse, i tempi, le responsabilità. I vincitori di questa prima mossa parlamentare sono chiari — le lobby del settore, i grandi gruppi energetici che vedono nel nucleare un mercato protetto, e una parte della politica che ha fatto della discontinuità con il passato referendario un punto identitario. I vinti sono i territori, tenuti nel silenzio più completo mentre la decisione passava in aula, e i cittadini, a cui non è stata offerta alcuna occasione di dibattito pubblico dopo il voto del 2011.
Resta una domanda che nessuno, nel corso dell’iter parlamentare, ha voluto affrontare: quando i primi cantieri — ammesso che si aprano davvero — incroceranno le proteste di comitati locali e amministrazioni ostili, chi garantirà che non siano ancora una volta i cittadini a pagare, con le bollette e con la salute, una scelta presa senza di loro e, per giunta, contro di loro?




