I proventi delle aste Ets restano inutilizzati mentre il governo chiede nuovi prestiti per le stesse finalità
Quarantatré miliardi di euro fermi. Quattordici miliardi chiesti a debito. Non è un errore di contabilità, è la fotografia della politica energetica italiana mentre a Londra cinque penny cambiano il consumo di plastica di un intero Paese.
L’anno scorso il sistema ETS ha generato 43 miliardi di euro, risorse che Bruxelles vincola alla decarbonizzazione e alla protezione di famiglie e imprese nella transizione. L’Italia le incassa e le parcheggia: tra il 2012 e il 2024 ha usato solo il 9% dei proventi per gli scopi previsti, come certifica l’analisi di Ecco sui bilanci statali.
Ora il governo Meloni ne chiede altrettanti, ma a debito. Il Parlamento ha approvato la risoluzione sulla Clausola di salvaguardia nazionale, un meccanismo che permette di sforare i vincoli di bilancio europei. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha quantificato la richiesta complessiva per energia e difesa tra i 35 e i 36 miliardi, di cui circa 14 per il solo capitolo energetico. Alla Camera ha spiegato che l’incremento di spesa per la clausola di salvaguardia energia vale lo 0,6% del Pil.
Si chiama debito, non flessibilità
La premessa va smontata subito, perché il linguaggio istituzionale offusca il meccanismo reale. Secondo Ecco, la flessibilità di bilancio «non rappresenta un finanziamento europeo a fondo perduto, ma consente di aumentare la spesa pubblica e si traduce in nuovo debito a carico dei cittadini». Sono prestiti, non trasferimenti.
Matteo Leonardi, cofondatore e direttore esecutivo di Ecco, ha messo il dito sul nodo: «Queste risorse sono per i consumatori. È quindi fondamentale che il margine di bilancio dia priorità a misure capaci di ridurre nell’immediato i costi energetici di famiglie e imprese, a partire dall’elettrificazione, ponendo le basi per una riduzione stabile attraverso una successiva riforma della fiscalità energetica e degli oneri di sistema».
Peccato che il governo abbia in cassa gli strumenti per farlo senza accendere un mutuo sulle spalle degli italiani: Ecco propone di ricorrere ai proventi delle aste Ets, quei 18 miliardi incassati tra il 2012 e il 2024. Soldi già disponibili, già incassati, già vincolati per legge allo scopo che ora si vorrebbe finanziare a debito.
Quello che un sacchetto da cinque penny sa fare
Mentre Roma discute di clausole e scostamenti, altri luoghi mostrano quanto possa essere lineare il rapporto tra leva economica e comportamento. In Inghilterra, la tassa sui sacchetti di plastica è stata introdotta nel 2015 a 5 pence per ogni shopper nei grandi rivenditori. Non un divieto, non una campagna moralizzatrice: un prezzo.
L’impatto è stato chirurgico. Basandosi sui dati WRAP, il calo delle vendite dal periodo pre-tassa ha raggiunto il 98%. In meno di un decennio, un’intera abitudine di consumo è stata riprogrammata con uno strumento che costa allo Stato zero e restituisce benefici misurabili.
Non è un caso isolato. Google Pixel 10a, uscito a marzo 2026, contiene il 36% di materiali riciclati in peso. La scocca della serie Pixel 10 è realizzata interamente in alluminio riciclato. Kering, dal canto suo, ha ridotto di un terzo le emissioni assolute dal 2022, agendo sulla catena di fornitura e sull’innovazione dei materiali.
Sono grandezze diverse — un governo, una multinazionale tech, un gruppo del lusso — che però condividono un meccanismo: il segnale economico produce trasformazione materiale. La tassa sul sacchetto cambia i gesti quotidiani. L’obbligo o l’incentivo alla circolarità sposta le filiere produttive. I proventi delle aste del carbonio, se reindirizzati dove serve, abbassano le bollette e finanziano la riconversione.
Colonnine sì, ma l’energia resta una voce senza strategia
In Italia, intanto, si procede a strappi. Il Fondo per la trasformazione della rete carburanti ha una dotazione di 47 milioni per il 2025, confermata anche per il 2026 e il 2027: oltre 140 milioni in tre anni per l’infrastruttura di ricarica.
Soldi che servono, nessuno lo nega.
Ma finanziano l’hardware senza toccare il software del sistema: il costo dell’energia, la fiscalità che lo appesantisce, gli oneri di sistema che rendono l’elettrico una scelta ancora poco conveniente per famiglie e imprese. Si costruiscono le pompe senza abbassare il prezzo del carburante. Il risultato è che l’infrastruttura cresce, l’adozione arranca, e il governo nel frattempo chiede 14 miliardi a debito per tamponare l’emergenza bollette che quei 43 miliardi ETS avrebbero potuto prevenire.
Chi perde, in questo schema, ha già un volto. Perde il consumatore che paga due volte: con le tasse che alimentano il debito contratto per l’energia e con la bolletta che resta alta perché la riforma degli oneri viene rinviata. Perde l’impresa che avrebbe potuto investire in efficienza con incentivi stabili e si trova invece a navigare fra proroghe trimestrali e bonus una tantum. Perdono gli enti locali, che con i proventi ETS potrebbero cofinanziare piani di elettrificazione del trasporto pubblico e riqualificazione edilizia, ma restano in attesa dei bandi.
Resta aperta la domanda che nessuno in aula ha posto: perché un Paese con 43 miliardi già incassati e non spesi per il clima sceglie di indebitarsi per 14 miliardi allo stesso scopo, regalando interessi ai mercati mentre i sacchetti di plastica in Inghilterra raccontano da dieci anni che le leve pubbliche, se azionate, funzionano?




