La proposta di legge popolare supera la soglia minima e obbliga il Parlamento a discuterla

In Italia si stima che oltre 17,5 milioni di galline per la produzione di uova, 13 milioni di conigli, quasi 600.000 scrofe, 1,5 milioni di vitelli e 8 milioni di quaglie siano allevati in gabbia: un totale che supera i 40 milioni di animali, secondo i dati diffusi dalla campagna Gabbie Vuote. All’inizio di luglio la proposta di legge di iniziativa popolare per mettere fine a questa pratica ha tagliato un traguardo che pochi osservatori ritenevano raggiungibile in così poco tempo: le 50mila firme certificate necessarie per portare il testo al vaglio del Parlamento sono state raccolte con mesi di anticipo sulla scadenza fissata a settembre 2026.

La scintilla italiana: 50mila firme in quattro mesi

La macchina procedurale si era messa in moto lo scorso 12 marzo, quando la proposta è stata depositata presso la Corte di Cassazione e la raccolta firme è stata avviata sulla piattaforma dedicata del Ministero della Giustizia. Da quel momento il contatore ha iniziato a salire, fino a superare la soglia minima entro la prima decade di luglio. A questo punto il Parlamento è obbligato a esaminare il testo: non si tratta di un’opzione, ma di un passaggio previsto dalla Costituzione per le proposte sostenute da almeno 50mila firme autenticate. La data ultima per completare la certificazione resta settembre, ma il risultato è già stato incassato e la discussione parlamentare è ormai una questione di quando, non di se.

Il dato di partenza, 40 milioni di capi in gabbia, è l’elemento che dà concretezza numerica a una scelta che per gli allevatori italiani avrà ricadute dirette sulla progettazione degli impianti, sui costi di transizione e sulla competitività rispetto a Paesi che hanno già imboccato la strada dell’allevamento a terra o all’aperto. La rincorsa italiana, però, non nasce dal nulla: alle spalle c’è un’Europa che da anni promette senza agire.

Il paradosso europeo: promessa 2021, stallo 2026

Già nel 2021 l’Unione Europea aveva annunciato l’intenzione di vietare le gabbie negli allevamenti entro il 2027. Un impegno politico accolto con favore dalle organizzazioni animaliste e da una parte dell’industria, ma rimasto lettera vuota: a cinque anni di distanza, come ha certificato Humane World for Animals, la Commissione Europea non ha ancora tradotto quella promessa in atti legislativi vincolanti. Gli animali, nel frattempo, sono rimasti dentro le gabbie.

Il paradosso è che mentre a Roma si accelera con uno strumento di democrazia diretta, a Bruxelles il percorso legislativo è fermo al palo e l’unico avanzamento è arrivato da un’aula di tribunale. Lo scorso 5 marzo 2026 si è tenuta l’udienza della Corte di Giustizia dell’UE sul caso legale End the Cage Age, un contenzioso che contesta proprio l’inerzia della Commissione. Il fondamento tecnico del ricorso poggia sui pareri scientifici dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che già nel 2023 aveva concluso come i sistemi in gabbia compromettano diversi indicatori di benessere animale, impedendo movimenti liberi e comportamenti naturali fondamentali. Non si tratta quindi di una battaglia ideologica, ma di un disallineamento tra la conoscenza scientifica disponibile e la volontà politica di trasformarla in norma.

Dove sono già senza gabbie (e chi resiste)

Mentre l’UE litiga, altri Paesi hanno già scelto la propria strada, creando un mosaico di velocità diverse che peserà sugli equilibri competitivi del settore. Germania, Slovenia e Regno Unito hanno già introdotto divieti o forti limitazioni all’uso delle gabbie. Nel caso tedesco, stando a un rapporto del Parlamento Europeo, il bando per le galline ovaiole è scattato nel 2025, con un margine di tolleranza che consente deroghe fino al 2028 in casi eccezionali. La Slovacchia ha invece firmato un memorandum tra governo e industria che fissa l’addio alle gabbie al 2030: uno strumento più morbido, ma che dà agli allevatori un orizzonte temporale certo su cui pianificare gli investimenti.

Sul fronte opposto c’è Malta, dove il 99% delle galline ovaiole resta in batteria. Polonia e Spagna, due dei maggiori produttori europei, si attestano attorno al 60% di galline ancora allevate in gabbia: cifre che fotografano un modello produttivo ancora largamente dipendente dai sistemi intensivi confinati. Per l’Italia — con 40 milioni di animali da convertire e una proposta di legge ormai incardinata in Parlamento — la domanda non è più se le gabbie verranno eliminate,
ma quando e con quale impatto sugli impianti esistenti.

Il nodo non è solo etico, è ingegneristico. Passare da un sistema in gabbia a uno a terra o all’aperto significa ridisegnare le volumetrie dei capannoni, ricalcolare le densità, adeguare i sistemi di ventilazione e di gestione delle deiezioni. Ogni giorno di ritardo nella pianificazione si traduce in un costo maggiore quando l’adeguamento diventerà obbligatorio. La fine delle gabbie non è più un’opzione ma un percorso già tracciato: per gli allevatori italiani, il prezzo della transizione sarà tanto minore quanto prima si inizierà a progettare nuovi modelli abitativi, perché il gap competitivo con chi ha già fatto il salto si allarga con il passare dei mesi.