La revisione sistematica pubblicata su Nature Food mostra che i programmi convenzionali escludono i saperi indigeni nonostante le dichiarazioni ufficiali

Lo scorso 21 luglio 2026, mentre il direttore generale della FAO, QU Dongyu, definiva i Popoli Indigeni «innovatori dinamici, che imparano gli uni dagli altri e sviluppano un approccio sistemico basato sull’osservazione», la rivista Nature Food pubblicava una revisione sistematica che raccontava una storia che stride con quella celebrazione: i programmi convenzionali di salute e nutrizione continuano a escludere quelle stesse conoscenze. Un paradosso che pesa come le oltre 600 milioni di persone destinate, secondo le proiezioni, a vivere in condizioni di insicurezza alimentare entro il 2030.

La revisione — firmata da Nitya Rao, Hélène Binesse e Aswathy Vinod e basata su 39 studi peer-reviewed — non è un pamphlet. È il prodotto di un metodo che in letteratura scientifica ha un peso specifico alto: la revisione sistematica. E il messaggio è duro in modo diretto. I programmi di salute e nutrizione, scrivono gli autori, tendono a privilegiare le conoscenze tecniche e biomediche, finendo per trascurare i contesti culturali e il valore delle competenze indigene.

Celebrazione e critica: un accostamento scomodo

La dichiarazione di QU Dongyu è riportata in un documento della FAO: i Popoli Indigeni sono e sono sempre stati innovatori dinamici, imparano gli uni dagli altri e sviluppano un approccio sistemico basato sull’osservazione. Non una nota a margine. Una descrizione che assegna ai saperi indigeni un ruolo attivo nel presente.

L’accostamento con la revisione è scomodo. Da un lato, l’organizzazione che guida il dibattito globale sui sistemi alimentari celebra l’innovazione indigena. Dall’altro, la scienza dimostra che i programmi operativi — quelli che distribuiscono cibo, formano operatori, monitorano la malnutrizione — continuano a muoversi come se quelle conoscenze non esistessero, o non fossero rilevanti. Lo scarto sta tra la retorica e l’attuazione reale.

E la domanda che resta aperta è semplice: perché, nonostante dichiarazioni tanto esplicite, i programmi convenzionali continuano a trascurare i contesti culturali?

600 milioni di motivi per ascoltare

Per rispondere bisogna guardare ai numeri e alla storia che li spiega. Secondo l’Università dell’East Anglia, oltre 600 milioni di persone saranno a rischio di insicurezza alimentare entro il 2030. Mancano meno di quattro anni. Non è una stima lontana: è il calendario della prossima legislatura, del prossimo piano di sviluppo, della prossima stagione agricola.

E il problema non nasce oggi. Già nel 2021, il Summit sui Sistemi Alimentari delle Nazioni Unite era stato boicottato da un’ampia alleanza di accademici e attivisti, convinti che l’evento privasse i popoli indigeni del loro potere decisionale. La vicenda, ricostruita in un’analisi pubblicata su Nature, racconta di un’istituzione che ha già mancato un appuntamento con l’inclusione. Cinque anni dopo, la revisione di Nature Food arriva a conclusioni che suonano come la prosecuzione scientifica di quella protesta: il riconoscimento formale c’è, ma non si traduce in programmi capaci di integrare davvero le conoscenze indigene.

La critica della revisione non è astratta. I programmi convenzionali di salute e nutrizione, nota la review, privilegiano spesso le conoscenze tecniche e biomediche, e così facendo perdono di vista i contesti culturali e il valore delle competenze indigene. In altre parole: comunità che hanno sviluppato, nel corso di generazioni, i sistemi alimentari più adatti ai loro territori vengono trattate come destinatarie passive di interventi progettati altrove. Con quali risorse e con che tempi si possa invertire questa rotta, la revisione non lo dice. Ma il silenzio è esso stesso una risposta.

E adesso chi ascolterà?

La risposta breve è: nulla, se il passato è un indicatore. La revisione esiste, è pubblicata, è citabile. Eppure il 2021 ha già mostrato che tra il riconoscimento ufficiale e la pratica reale dei programmi di aiuto può aprirsi un vuoto di anni. E chi ha già pagato il prezzo dell’esclusione? I numeri proiettano 600 milioni di persone in difficoltà entro il 2030. La questione non è più tecnica. Chi prenderà la decisione di cambiare rotta, e quando?

La revisione su Nature Food è un campanello d’allarme. Senza integrazione delle conoscenze indigene, il 2030 arriverà con 600 milioni di persone in insicurezza alimentare. La scienza ha fatto la sua parte. La politica no. La domanda non è se cambiare rotta, ma chi la deciderà e quando.