Il potenziale delle tecnologie marine equivale a quasi il 60% della produzione elettrica statunitense, ma la forza lavoro idroelettrica invecchia
Quasi il 60% della produzione elettrica statunitense è lì, sott’acqua. Non è un giacimento da perforare: è il potenziale di onde, correnti, maree ed energia termica oceanica, che secondo le stime del Dipartimento dell’Energia equivale a quasi il 60% della produzione elettrica nazionale. Non si tratta di produzione attuale, ma di risorsa disponibile: la differenza tra potenza installata e potenziale tecnico, tra ciò che è già in rete e ciò che potrebbe esserlo. Cinque mesi fa, come si legge nel report di CleanTechnica pubblicato a fine luglio, la notizia più interessante non era una turbina ma un record di partecipazione universitaria: 24 squadre alla finale della Marine Energy Collegiate Competition, 45 già selezionate per il 2027.
Il 60% sommerso
Anche catturando solo una piccola parte di questo potenziale tecnico, le tecnologie marine darebbero contributi significativi al fabbisogno nazionale. Il punto, però, è chi saprà farlo. I risultati delle competizioni 2026 raccontano la risposta che si sta organizzando. Ad aprile, a Green Bay, nel Wisconsin, la California Polytechnic State University (Cal Poly) ha vinto il Grand Prize della quarta edizione dell’Hydropower Collegiate Competition. A maggio, a Portland, in Oregon, la University of Southern California (USC) ha fatto lo stesso alla settima edizione della Marine Energy Collegiate Competition, disputata dal 18 al 20 maggio durante l’Ocean Renewable Energy Conference ospitata dal Pacific Ocean Energy Trust. Alla finale marine hanno preso parte 24 squadre, un record per l’evento finale della competizione. Il dato non va letto in assoluto ma come tendenza: mai così tante squadre erano arrivate a quella fase.
Sono numeri che da soli non bastano. Il potenziale sommerso non si converte in rete senza una filiera di competenze e capacità produttive. E qui il quadro si fa più teso.
La corsa dei blocchi (e dei pensionamenti)
Se il potenziale è sommerso, il tempo per colmare il divario di competenze è scandito da un altro numero: quasi il 20% della forza lavoro idroelettrica americana si avvicina alla pensione. Un quinto delle persone che oggi gestiscono dighe, turbine e impianti è a un passo dall’uscita. Non è un dettaglio statistico: è il collo di bottiglia. Quando la generazione senior esce, il trasferimento di competenze non è automatico, e la curva di apprendimento per chi arriva è lunga.
La risposta passa dalla formazione e dalla manifattura. Un rapporto internazionale sul settore americano ha identificato la necessità di programmi specializzati di formazione della forza lavoro e capacità produttive locali per avanzare nel settore dell’energia marina. In assenza di questi due elementi, il 60% sommerso resta tale: una risorsa senza catena di montaggio né tecnici per gestirla.
Nel frattempo la concorrenza accelera. Misure di sostegno ai ricavi e ambiziosi programmi di ricerca e sviluppo in altre regioni hanno stimolato una dinamica crescente, in particolare in Canada, Stati Uniti e Cina. Il sostegno ai ricavi riduce il rischio di chi investe; la ricerca pubblica riduce il costo della tecnologia. Chi combina le due cose tende ad arrivare prima. Il punto non è chi vince la singola gara: è chi arriva prima a costruire una base industriale e occupazionale stabile.
È qui che le competizioni universitarie smettono di essere un esercizio accademico. La domanda non è chi ha vinto a Green Bay o a Portland, ma se il sistema riuscirà a convertire il record di partecipazione in assunzioni prima che la generazione senior esca dal mercato del lavoro. Altrimenti il rischio è un vuoto di trasmissione: il potenziale resta sommerso, e i concorrenti internazionali lo sfruttano per primi.
Cosa guardare nei prossimi mesi
Chiuse le finali 2026, lo scorso 14 maggio il DOE ha già acceso i riflettori sul prossimo ciclo: secondo il Dipartimento dell’Energia, sono state selezionate 45 squadre per le competizioni HCC e MECC del 2027, il massimo mai accettato in un singolo anno. È il numero chiave per valutare la risposta americana.
Il dato da osservare nei prossimi mesi non è il 60% del potenziale, ma il tasso di conversione dei 45 team del 2027 in forza lavoro reale. È lì che si deciderà se gli Stati Uniti recuperano terreno o restano a guardare.




